Il sentiero 
“del confronto europeo e mondiale”
“Un altro criterio è di natura comparatistica e implica il raffronto con gli autori contemporanei stranieri. Descrivere gli sviluppi della nostra letteratura solo entro i confini nazionali (come purtroppo si fa spesso) significa celebrare glorie locali, municipali, che nell’arena internazionale rischierebbero in molti casi di essere oscurate o umiliate dai concorrenti. Basta fare un gioco: confrontiamo X col suo contemporaneo Proust, Y col suo contemporaneo Musil, e così via con Thomas Mann e Michail Bulgakov, con Borges e Beckett, con Hemingway e García Márquez eccetera. Di grandi scrittori nel Novecento ce n’è una bella raccolta. Perché valga la pena di aggiungerne un altro, occorre assicurarsi che questi — su di noi, sulla nostra vita, sui nostri timori e sulle nostre speranze — abbia detto qualcosa che abbia valore per molti o per tutti e che sia in qualche misura nuovo”.
 
Indovinello: in Sud America lo troviamo ancora, ma in Italia no... Che cos’è?
Segue un estratto da Un rivoluzionario della letteratura 
(intervista, a cura di Pietro Pancamo, col romanziere, saggista e poeta brasiliano Julio Monteiro Martins)
 
PIETRO PANCAMO: A grandi linee, quali sono le differenze e i punti di tangenza maggiori fra la tradizione poetica del suo Paese e quella italiana? 
JULIO MONTEIRO MARTINS: La prima differenza è proprio culturale: la letteratura brasiliana è una manifestazione dello sviluppo nel Nuovo Mondo di un’antica civiltà, chiamata lusofona, che include la cultura portoghese originale arricchita dai contributi ebrei e arabi (i saraceni, al contrario di quanto accaduto in Spagna, non sono mai stati espulsi dal Portogallo, ma incorporati, assorbiti, come dimostra il “fado”, la musica, con le sue modulazioni arabeggianti). Poi sono subentrate la cultura degli indios brasiliani e quella degli africani di diversissime parti del Continente Nero, culturalmente molto eterogenee, che erano stati portati in Brasile come schiavi, e con sé recavano le loro belle lingue: il bantu, lo yoruba, il quimbundo. Il brasiliano abbonda di parole ed espressioni ricavate da tali lingue, oltre che da altre, native, come il tupí, il gê, il guaraní. È questa la materia prima della poesia brasiliana, più un “sentimento di mondo” molto particolare, giocoso, sensuale, e allo stesso tempo triste e fatalista, pieno di pathos, di malinconia, di saudade. 
Lo sviluppo della poesia italiana ha avuto un percorso completamente diverso, come sappiamo tutti. In comune abbiamo il sentimento mediterraneo (diceva Blaise Cendrars che il Mediterraneo cominciava in Turchia e finiva a Rio de Janeiro), l’eredità greco-romana, un’attenzione privilegiata per i piaceri della carne (letto o fornello) e la lingua latina, che sorprendentemente per tanti versi è rimasta più intatta nel portoghese che nell’italiano, isolata in quella propaggine atlantica dell’Europa per venti secoli, come si vede in parole portoghesi come “deus” o “aliás”. 
 
PIETRO PANCAMO: Quali obiettivi si propone la Scuola di scrittura creativa “Sagarana”, da lei fondata a Lucca nel 1996? 
JULIO MONTEIRO MARTINS: Spero di non sembrare troppo ambizioso se risponderò che l’obiettivo principale è impostare la nuova letteratura italiana in un modo diverso dalle tendenze che si configuravano quando sono arrivato in questo Paese, una decina di anni fa. Ho verificato allora che gli italiani, a scapito della loro straordinaria tradizione letteraria, avevano delle priorità sballate, avevano perso di vista cos’è in realtà scrivere letteratura, erano più preoccupati dei contratti editoriali, di come ottenere spazi nei talk show e nei supplementi culturali dei giornali, o partecipazioni a convegni e fiere internazionali, che delle questioni esistenziali, politiche e ideologiche, estetiche, psicologiche, stilistiche e filosofiche. C’era un impoverimento in corso, una crescente assenza di spessore, di contenuto, addirittura di “coraggio letterario”. Esattamente il contrario di quello che aveva avuto abbondantemente la splendida generazione italiana del dopoguerra: Pavese, Buzzati, Pasolini, Vittorini, Sanguineti, Tomasi di Lampedusa, la Merini, la Ortese e altri. Si era perso a partire dagli anni Sessanta, con rarissime eccezioni, quel coraggio civile nella scrittura, che era tanto ammirato in altri Paesi come una caratteristica italiana per eccellenza, e che i latino-americani come me non avevano smarrito (la lotta a fuoco e sangue contro i dittatori non lo avrebbe mai permesso). È questa eredità, questa consapevolezza delle vere priorità della letteratura, che vorrei portare in Italia, attraverso le riflessioni che la mia scuola conduce sul “come scrivere”, il “cosa scrivere” e il “perché scrivere”.
 
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In fede, 
 
[FIRMA DELL’AUTORE O AUTRICE]”.
 
 
Le immagini sono (C) Carlo Peroni 2001 
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