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Il sentiero
“della memoria e delle radici”
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“Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. A ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.
(Simone Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Mondadori, Milano, 1996, traduzione di F. Fortini)
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Una recensione
a cura di Paolo Aragona
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Paolo Aragona, L’ultima Calcara. Una storia di emigrazione, guerra e amore, Gangemi Editore, Roma, 2004
“Nella mia esperienza quasi ventennale di insegnamento sto cominciando a notare che sono soprattutto i giovani a mostrare i primi segni di insofferenza nei confronti di un modello sociale che, attraverso media sempre più impazziti — complici smaniosi dell’incedere incalzante di un tempo che sa correre solo in avanti —, vuole privarli del diritto della memoria e della riflessione pacata e “ruminata”, quel sacrosanto diritto che ha nutrito l’umanità sin dall’inizio e che è stato per essa garanzia inesauribile di progresso”.
(Paolo Aragona)
L’ultima Calcara mi piace definirlo un romanzo “storico”, nel senso di “storia minore”, apparentemente di famiglia, in realtà di comunità, quella di un piccolo paese dei Nebrodi, dove valori, atteggiamenti e norme sociali improvvisamente, dopo secoli di equilibrio, sono stati stravolti. Narra le vicende di due protagonisti di due generazioni di emigranti: don Iachino, calcararo siciliano (l’antico mestiere di chi sapeva produrre calce dalle pietre) che tenterà la fortuna emigrando negli Stati Uniti subito dopo la prima guerra mondiale, e suo figlio Peppino, un bambino che, come tutti gli altri compagni della sua età, sogna un grande futuro e che trova, invece, di fronte a sé l’evento inatteso di una guerra mondiale, la seconda, che infrange, uno ad uno, tutti i suoi sogni. E con l’adolescenza arrivano le disillusioni, la chiamata alle armi per i suoi fratelli, e il più tragico degli eventi… Ma Peppino sa rigenerarsi e quando gli americani, in corsa verso il resto della penisola, lasciano la sua Sicilia, riprende fiducia nelle sue capacità e incontra, insieme al successo nella musica, il suo primo, vero amore. Pian piano, però, il desiderio di fuggire dai luoghi della sua infanzia violata comincia a pervaderlo e nasce in lui l’ansia del riscatto, che lo porterà a cercare in altri posti e in un’altra vita, lontana dal suo paese, il futuro cui, da bambino, aveva dovuto rinunciare.
Ne L’ultima Calcara — scrive Turi Vasile nella prefazione — “si privilegiano soprattutto i buoni sentimenti, quei buoni sentimenti che secondo Gide non fanno buona letteratura. Perché, tuttavia, ritenere buona letteratura quella che privilegia i cattivi sentimenti, trascurando i buoni, irridendoli anzi? Le classifiche attuali dei best seller sembrano dare ragione a Gide: in esse pornografia, dissacrazione, perversione, turpiloquio tengono banco”. Il romanzo si inserisce, dunque, nell’ambito della riscoperta dei valori tradizionali dell’Italia e si ispira al senso religioso che pervadeva tutte le famiglie, nelle quali i buoni sentimenti, i vincoli familiari, la solidarietà e il senso del dovere avevano un posto di rilievo nelle coscienze individuali e in quella collettiva. È un romanzo volutamente e fortemente in controtendenza perché non esalta i nuovi miti dell’individualismo, della trasgressione ad ogni costo, della dissolutezza e della competitività ma, riscoprendo i valori tradizionali e le origini, cerca di traghettare nel nuovo millennio la nostra Italia, senza cancellare le radici culturali, etiche e religiose che le sono peculiari.
Le vicende si svolgono in Sicilia, ma anche nel continente e in America; l’unità di luogo è però Montagnareale, un paesino in provincia di Messina. “Montagnareale è tutto il bene e tutto il buono della vita, lo scrigno ideale dell’infanzia innocente, l’infanzia del protagonista e quella dell’umanità; la città, Roma, dove l’autore in realtà è nato e insegna, è l’inganno, la delusione” — scrive Mario Bolognari nella sua recensione pubblicata sulla «Gazzetta del Sud» — “In questo romanzo non si usano la retorica o lo scorrere affascinante delle parole della letteratura; si raccontano, proprio come si faceva una volta, i momenti essenziali della vita di una famiglia passata dall’emigrazione del periodo prefascista, dalla persecuzione fascista, dalla guerra mondiale, dalla fame e dall’emigrazione postbellica […] Ma la politica grande, nel racconto, non compare mai; la si intuisce, la si sente attraverso le vicende minori, le conseguenze che produce nella vita di tutti i giorni. Così la partenza del padre per l’America, il ritorno nell’Italia fascista, le sanzioni e la perdita della libertà, poi la guerra e i bombardamenti angloamericani in Sicilia, la morte, la fame, l’impotenza della ricostruzione, i nuovi fervori dei cattolici negli anni 1945-46, la speranza di un’Italia migliore. Tutto, attraverso gli occhi di Peppino, fanciullo, adolescente, giovane e vecchio che osserva le isole Eolie dalla balconata del “suo” paese per ripercorrere le tracce della vita di uno, che è, in fin dei conti, la vita di tutti gli italiani che sono stati alienati dalle loro radici storiche e culturali”. Dunque, valori antichi ma, allo stesso tempo, desideri nuovi, con una punta di amarezza per quel passato che non c’è più e che ci porta a immaginare un futuro senza radici, in un mondo che ha nostalgia di se stesso.
Nella mia esperienza quasi ventennale di insegnamento sto cominciando a notare che sono soprattutto i giovani a mostrare i primi segni di insofferenza nei confronti di un modello sociale che, attraverso media sempre più impazziti — complici smaniosi dell’incedere incalzante di un tempo che sa correre solo in avanti —, vuole privarli del diritto della memoria e della riflessione pacata e “ruminata”, quel sacrosanto diritto che ha nutrito l’umanità sin dall’inizio e che è stato per essa garanzia inesauribile di progresso. Un’umanità che non può ricordare è destinata a una regressione ineluttabile. Una volta erano i nonni e le nonne a trasmettere il loro “patrimonio dei ricordi” ai nipoti. Oggi anche nonne e nonni sembrano inghiottiti dal vortice della “velocità”. Ogni tanto quel ruolo dimenticato cerca di assolverlo un libro. È con la speranza di aver dato e di poter dare un contributo che ho scritto L’ultima Calcara. Una storia di emigrazione, guerra e amore.
Paolo Aragona
Docente di religione cattolica (www.aragonapaolo.it)
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