Il sentiero 
“dei fondamenti e delle cause prime”
In questa sottosezione della rubrica “Il Novecento e oltre”, trova posto una serie di articoli (alcuni lunghi, altri brevi) volti a presentare non soltanto l’opera, ma anche l’indole e la poetica di quegli autori in qualche modo paradigmatici, che sembrano indubbiamente riassumere in sé (come pure nei propri versi, romanzi o racconti) i fondamenti, i principi-cardine e i caratteri salienti dell’intera letteratura novecentesca.
 
Il velo del tempo  
-Sebastiano Aglieco, poeta e critico, analizza l’opera di Pierre Reverdy-
“Tutto si è spento 
Il vento passa cantando 
E gli alberi tremano 
Gli animali sono morti 
Non c’è più nessuno 
Guarda 
Le stelle non brillano più 
La terra non gira  
Una testa si è inclinata 
I capelli spazzano la notte 
L’ultimo campanile ancora in piedi 
Suona la mezzanotte”. 
 
 
È una poesia di Pierre Reverdy, dal titolo Son de cloche: una campana escatologica che a primo acchito sembra rievocare certi paesaggi postbellici, dove la presenza dell’uomo appena persiste nei brandelli dei suoi ricordi mentre attorno c’è solo silenzio e macerie. 
Dettato semplicissimo, sembrerebbe; diario visuale di un paesaggio, se non fosse che qui si tratta di un paesaggio dell’anima, uno dei tanti di una poetica monolitica, difficilmente scardinabile nelle sue proposizioni teoriche. Una sorta di grado zero della scrittura che sembra negare ogni possibile dislocazione temporale, ogni illuminazione futura. Una poesia che precede la ricerca del suo senso. 
Un dettato apparentemente semplicissimo, rimarcavo, ma che in realtà opera volontariamente una scarnificazione della parola riducendola a una sorta di suono interno. Tecnica che sottrae, che accosta, per far risaltare l’umore e il colore delle parole più comuni. 
Come si è sostenuto, Reverdy è poeta nato da una catastrofe — quella finanziaria che colpì la sua famiglia —, quindi da una ferita. Si tratta insomma, ancora dell’influenza di quelle stimmate romantiche che da Baudelaire in poi hanno segnato la vita di alcuni dei più grandi poeti del secolo appena trascorso, secondo la classica commistione vita-letteratura, problema non risolto in loro se non in termini di conflitto. 
Questa concentrazione tutta interna della parola, sembrerebbe aspirare, in ultimo grado, addirittura a una cancellazione del proprio atto mediatico — il dire, il pronunciare le cose — postulando la negazione dello stesso io poetico. Parecchi testi sembrano indicare questa strada. Cito a caso alcuni versi esemplari: 
 
 
“Non pensava che a quel piccolo angolo di terra che conteneva la sua vita  
Dove avrebbe trovato il posto giusto per morire 
 
Ai limiti del mondo dove qualcuno mi attende 
 
Qualcuno mi sfiora la fronte con un’ombra fantastica 
 
Non voglio più sapere cosa accade 
Né sapere chi sono 
 
Volevo scavalcare la barriera 
 
Di fronte all’altra dimora dove qualcuno ci attende  
 
E senza voltarsi si va sempre più lontano 
 
E io cammino in cielo con gli occhi dentro i raggi  
 
Qualche ora in più per non più esistere 
 
Quando me ne sarò andato 
Laggiù può anche far giorno 
 
Quando saremo andati là dietro  
 
Credo che sin dall’infanzia egli attenda davanti alla porta 
Che un angelo venga a prenderlo per mano”. 
 
 
Questi ultimi due versi in particolare, testimoniano di una certezza e di un’ossessione che non l’abbandoneranno: la certezza d’essere nato da quella catastrofe e l’ossessione, tutta cristiana, di dover subire il fardello dell’esistere sul limite sottile e abissale che separa l’uomo dal suo Dio. 
E fin qui niente di nuovo, se questa impossibilità di guardare oltre quel limite, non spostasse la tensione metafisica su les ardoises du toit: in un luogo intermedio quindi — questa terra, questa esistenza —, sulla cui superficie liscia il poeta scrive poemi, diamanti che imperlano la grondaia e che gli uccelli bevono. 
Franco Cavallo, in una delle prime antologie apparse in Italia di Reverdy, cita Balakian: “In lui la vita è sensibilmente la stessa di ciascuno di noi, non offre veramente nulla di sorprendente, nulla di inatteso [...] in effetti è la perdita della fede che sta all’origine della sua spiritualità”. 
E ancora: “Reverdy ha sempre considerato la realtà irrevocabilmente intrisa di misticismo. La sua mistica non distrugge la realtà. Per questo è stato sovente considerato un realista”. 
Mi sembrano considerazioni importanti perché suggeriscono una sorta di immanentismo panico, dove, tuttavia, non è stato risolto il problema di un Ente creatore; il quale continua ad aggirarsi come un fantasma tra le pareti di un mondo di cartapesta in cui tutto potrebbe improvvisamente crollare mostrando, chissà, l’orrore del Nulla o la salvezza di una insperata visione. Un dio-bisturi, un azzardo poetico il cui peso riduce veramente questa poesia al canto di un’attesa. 
Le immagini più suggestive sono proprio quelle che suggeriscono la precarietà delle cose: tutto è sottile, tutto potrebbe crollare da un momento all’altro; è un mondo, quello di Reverdy, dove non si può gridare, dove bisogna camminare in punta di piedi, dove l’eccesso è negato e quando è compiuto significa che qualcosa è crollato, si è rotto definitivamente: 
 
 
“Il soffitto minacciava di piegarsi verso destra, sulle nostre teste 
 
La notte è piena di pericoli 
 
Gli alberi tremano alla svolta 
Il vento timido passa 
 
Le parole dette dietro l’imposta sono una minaccia 
 
La casa beccheggia come un vascello  
Quale mano ci bilancia 
 
Nella notte i muri bianchi fondono attorno alla stufa”. 
 
 
E via di questo passo, fino ai drammatici versi di Le chant des morts del 1948: 
 
 
“Ancora un piano che si lacera 
Un atto che manca all’appello 
Rimane ben poco da prendere 
In un uomo che se ne va a morire”. 
 
 
Il mondo che noi vediamo, in realtà, ne nasconde un altro, sembra suggerire il poeta, ma noi non possiamo veramente sapere in che cosa effettivamente consista questa sua metafisicità perché, mantenendosi il poeta dietro paratie, mura, cielo, confini, supporti, il suo dire assomiglia a un atto di auscultazione — il senso preferito da Reverdy è proprio l’udito — un sentire senza poter guardare. Per eccesso di sensibilità tutto si amplifica, tutti i suoni si azzerano o esplodono; oppure, nell’attesa di un evento che non possiamo immaginare, questi suoni intessono paesaggi, li plasmano e li distruggono confondendo il senso del percepire con quell’altro, più sottile, che consiste nell’essere percepiti da qualcosa o qualcuno, esterni alla nostra stessa coscienza. È la voce che proviene da dietro un muro. 
Come si vede, quella di Reverdy è metafisica del tutto particolare perché non si tratta di descrivere una geografia del divino — e come si potrebbe! — quanto piuttosto di confinare l’orrore del divino, del miracolo della creazione. Si tratta di percepire le fratture della materia, prevedendo il momento del collasso, quell’attimo in cui 
 
 
“una tromba suona l’adunata dell’azzurro 
 
qualcuno viene rasente il muro 
 
la finestra s’allontana nello specchio di fondo  
 
un angelo sul tetto gioca con il cerchio 
 
l’orizzonte s’inclina”. 
 
 
Il fascino di questa poesia è dunque tutta nelle cose, nei pochi colori degli oggetti, nelle grida strozzate o negli urli improvvisi e altrettanto improvvisamente sottaciuti; nel senso di attesa, per cui qualcosa potrebbe accadere ma in realtà niente può accadere veramente. Proprio per questa aderenza al reale, assai raramente assistiamo a una deflagrazione degli oggetti o alla distruzione del loro principio etico di esistenza, perché il poeta non ha il minimo dubbio sull’esistenza del mondo. La sua è una tecnica di svelamento, di accostamento, attraverso l’esercizio della parola, e in fin dei conti di arginamento del Nulla. Come poi ha detto egli stesso: “Je crois que je ne suis ni un poète, ni un écrivain, ni un artiste. Mais un homme qui n’a pas trouvé d’autre moyen de garder le contact avec la vie, de sournager. J’ai écrit comme on s’accroche à une bouée”. 
C’è poi da dire che, paradossalmente, questo svelamento si attua attraverso accostamenti, grandi macchie di colore, autonome nella loro bellezza che, accostate, contribuiscono a creare l’unicità dell’insieme. Perché “l’immagine è una creazione dello spirito”, ed è quindi l’immagine intera, non le parole o i versi, a porsi come custode della visione. Ogni verso è immagine perfettamente compiuta; poche congiunzioni per creare fievolissime connessioni, o distici simulati, all’interno di gruppi di versi, per rendere respiri sonori, soprattutto là dove il poeta vuole dire, attraverso una declamazione tutta in sordina, della sua sofferenza. Che è quella dei suoi stessi oggetti, dei suoi paesaggi e delle persone. Là dove queste sono evocate, si capisce come il “je” perentorio della sua poesia sia il risultato di un’esclusione, un atto compiuto che, accettato volontariamente, simula in realtà la sconfitta di tutta una stagione della poesia. «Baudelaire è tutto per me», dichiarò Reverdy, e forse questa dichiarazione è da intendere anche come un ritorno alle cause prime della poesia del Novecento: la scomparsa del ruolo del poeta, la sua incapacità di rappresentare il reale nella totalità dei suoi miti e delle sue miserie.  
Là dove il poeta si accende per gli altri, la sua poesia diventa commozione, proprio perché in questa esclusione forzata dalla storia e dal tempo Reverdy finisce per guardare l’esterno attraverso gli occhi innocenti di un bambino. Sguardi segnati da fughe repentine e violente, richieste di aiuto subito simulate. Ad eccezione di quei rarissimi momenti in cui il poeta si crea una distanza, osserva da lontano le pieghe del dolore, come in questo bellissimo testo, tratto da La Lucarne Ovale del 1916, che pubblichiamo integralmente nella traduzione di Franco Cavallo: 
 
 
“IL VELO DEL TEMPO 
 
Il tempo scorre più in fretta per le persone anziane. La luce fredda che esce dai loro occhi non chiama il giorno. Guardano nell’interno, per non vedere nulla. Persone, memorie dolorose vi si agitano. Talvolta una forma si precisa e le loro teste si curvano lentamente. Sono commossi. 
 
Tra le finestre socchiuse non s’ode nulla. La sera viene e la lampada attraversa la casa. Un uccello notturno canta, una voce di donna gli risponde. Ma chi è partito non è ancora tornato. 
 
In ginocchio davanti all’immagine ella chiede perdono. Un suono di campane sfiora il tetto, un’ombra si è mossa nella tenda di fondo. Una pioggia di stelle discende dalla cornice che inquadra un morto. Un fuoco in basso si spegne a poco a poco. 
 
Davanti alla porta da dove i vegliardi sono usciti c’è un foro e un velo di neve che cade per impedirci di vedere. Il vento che sibila ci fa sussultare — o è la paura che giunge dai limiti sconosciuti”. 
 
Sebastiano Aglieco 
Redattore del semestrale cartaceo «La Mosca di Milano»
 
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In fede, 
 
[FIRMA DELL’AUTORE O AUTRICE]”.
 
 
Le immagini sono (C) Carlo Peroni 2001 
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