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Il sentiero 
“degli autori nuovi ed emergenti”
In questa sottosezione della rubrica “Il Novecento e oltre”, si parlerà (pubblicandone direttamente le opere, oppure attraverso una serie di interviste, recensioni o monografie) di coloro che si stanno ultimamente imponendo sia alla critica sia al pubblico e che, dunque, son decisi a rivendicare per sé un poco di luce autentica, per non doversi riscaldare in eterno ad un sole misconosciuto.
 
False note di viaggio 
-Un racconto di Subhaga Gaetano Failla-
“Navegar é preciso; viver não é preciso”.”. 
(Fernando Pessoa
 
Il mare ci ha seguito fino a Lisboa
Abbiamo deciso di raggiungere la terra dei nostri avi. Il canto degli uccelli allieta la strada, grandi alberi ci proteggono dal sole, talvolta pietre aguzze feriscono i nostri piedi nudi. 
Incontriamo poche persone. Il saluto dei viandanti ha il suono dell’uomo che ha lasciato la folla. A sera, dopo la cena, l’allegria del vino rosso ci fa accendere una sigaretta; guardiamo le stelle distesi sulla via. 
A Ericeira ho iniziato a scrivere con l’inchiostro azzurro. La brezza dell’oceano ci fa rabbrividire nei nostri pochi abiti estivi. I passi incerti sull’acciottolato risuonano sui sorrisi delle finestre. Sospiro il desiderio d’una vita lunghissima. 
Non si può immaginare alcuna forma di vita al di là dell’oceano, solo un’infinità di mare. E il mare. Il mare si schianta sulla roccia. Un pescatore oscilla su un dirupo verso l’abisso. Nel vento chiama qualcuno al cellulare. Oh! 
L’ascensore dell’albergo, con due specchi che si fronteggiano, moltiplica in ossessive ripetizioni le nostre immagini inquiete. Talvolta, forse, si esce nella luz di Ericeira soltanto in due. 
La notte della quinta-feira l’assenzio, verde aroma penetrante nel bicchiere, mi guida incantato verso multiformi dettagli del mondo che ribolle dovunque. Una risata sguaiata, si scarica a tratti sul tavolino della locanda a fianco al nostro. La luna è pregna, nel cielo di freddo metallo. Nell’ultimo sorso estinguo un ulteriore debito con la letteratura. 
Volteggiano monaci dagli occhi arrossati su antichi volumi, dallo sguardo infuocato di sangue di Cristo e di cilicio. Un flipper settecentesco — niente special luminosi e tilt — mi riporta alla commedia. Mafra vende dolcini dolcissimi, bambini giocano nell’orto botanico, uomini dalla pelle scura s’arroventano a lavorar le strade, il mare respira vicino fiatando nella foschia. O mar sem fim nel quale si bagnò Pessoa. 
Di notte le onde biancheggiano negli anfratti rocciosi, nel nostro sguardo liquido, fluttuano in mani vibranti di luce lunare, il bianco e l’argento si spandono nelle nostre anime leggere, nel vento di salsedine. Pesci nascosti agli ami dei pescatori notturni. 
Al mattino mi desta uno splendore traslucido, bianco e azzurrino, il sole luccica su neve e su spuntoni trasparenti di ghiaccio sfolgorante. Viviamo insieme in una terra fredda, l’amicizia ci unisce come fratelli, andiamo a caccia, il cuore è quieto, nessun futuro ci attende a corrompere il nostro oggi. 
Un cerbiatto spalanca gli occhi sulla realtà e svanisce verso l’oceano in un mattino di gialle brume. Sintra distoglie lo sguardo e inganna il viandante, poi ci avvolge nella sua tela di ragno pensoso. Il labirinto di rami terra pietre aria ci spaura e attrae, sospinti verso il vortice, il gorgo, nel suo centro un occhio enorme ci fissa, attento, un ulteriore errore dell’età adulta, dimentichi del gioco. 
Il nostro ritorno alla dimora fugace ha il gusto di corpi stanchi, di lavacri sospirosi, di pesci tra i denti e vino rosso a bagnare la lingua. Notte di luna grande che non vediamo, le nuvole ci dispongono a un addio alla costa, alle onde e all’ascolto di musica di sfere celesti e di frastuoni disco nel weekend. 
Lisboa riappare sotto il cielo umido che si sgretola in scaglie di gocce, innalziamo bicchieri di birra, oltre i calamari fritti e le tortilhas, a salutare l’ultima sera del nostro viaggio, il Portogallo ci dice ciao in una sala di teatro, snocciolando parole friabili e canzoni, la statua del Poeta ci osserva mentre beviamo un’acqua tonica nella sua locanda; cartoline, bottiglie e un leggero sorriso si infilano nelle nostre valigie per la partenza. 
La notte ci guida su sentieri di solitudine, l’illusione dell’oscurità inventa deliri di separazione. 
Strade bagnate, risate di commiato, sfuggiamo i robot che emettono il nostro stesso idioma, infine, al di là delle nuvole, buchiamo l’aria con l’urgenza della velocità. Dormi dove il cielo non ha più ostacoli. Obrigado
 
 
Tra oceano e Mediterraneo. Domenica 13 luglio 2003. Primo pomeriggio.
 
Subhaga Gaetano Failla
 
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In fede, 
 
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Le immagini sono (C) Carlo Peroni 2001 
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