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Il sentiero 
“della memoria e delle radici”
“Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. A ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”. 
 
(Simone Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Mondadori, Milano, 1996, traduzione di F. Fortini)
 
Carlo 
-Un racconto di Pierluigi Ambrosini [1ª puntata]-
Vorrei raccontare una storia che mi accadde tanti anni fa. Per me fu la più straordinaria, superiore, e lo affermo senza vergognarmi, al matrimonio con una moglie insostituibile, alle mie adorabilissime figlie, alle soddisfazioni che qua e là raccattai. 
Ne trovo il coraggio solo ora, quando la nebbia del tempo avvolge anche il più limpido dei ricordi. 
 
Avevo quasi dodici anni, l’età migliore; evitavo accuratamente d’infilarmi in problemi di cuore che già tormentavano parecchi miei compagni di classe. Ancora vedevo le fanciulle come il fumo negli occhi: «Sono insopportabili, pettegole, smorfiose… Come può morirci dietro un ragazzo con del sale in zucca?». 
Queste stupidaggini le ripetevo a mia madre, che mi ascoltava, sorrideva, taceva e, con mia grande rabbia, scuoteva la testa, sembrava non condividere il mio punto di vista. 
Mi limitavo a comportarmi come si comporta un giovane di quell’età, ma io, mi sento in obbligo di precisarlo, ero un tantino sopra la media, molto più vivace e molto più brillante cioè, il che, tradotto nel linguaggio caro agli adulti, significava che ero la disperazione dei miei genitori. Seppure me ne fossero capitati di eccezionali, tanto che non ricordo un rimprovero non giusto, non seppi sottrarmi a qualche migliaia di rimbrotti. Ma, se non sopportavo la carne (dalla bocca la nascondevo in una tasca per poi farla magicamente sparire), se meno ancora sopportavo i villani, i vanitosi, i vanagloriosi, gli spioni, i presuntuosi, i secchioni, i bugiardi, i prepotenti, i ladri, i ruffiani, ed a queste belle categorie a modo mio gliela cantavo, si faccia avanti chi sia tanto fesso da pretendere di darmi torto. 
Ero figlio unico, non per scelta ma per un intervento cui la mamma si era dovuta sottoporre. 
«Staremo per una settimana a casa soli io e te; la mamma si è assentata per recarsi da una zia malata» (mai sentita nominare... che fosse saltata fuori dal comignolo?). Mio padre proseguiva imperterrito: «Per noi due sarà una specie di vacanza. Puliremo la casa lo stretto indispensabile; per il pranzo e la cena ci arrangeremo con dei panini imbottiti infilandoci anche i capperi, i sottaceti… ». 
Questo mi aveva spiegato il mio buon papà, credendomi un perfetto scimunito. I fratelli mancanti mi ero guardato bene dal sostituirli con degli amici. A me non interessava affatto di averne: gli amici erano una grande seccatura, mi avrebbero distratto dai miei giochi. Senza nessuno tra i piedi vivevo meglio di un pascià. 
Abitavo in una casa grandissima; il portone — tranne che quando vi ero costretto per trasferirmi a scuola — non l’avrei varcato neanche per recarmi al luna park a fare incetta di pesciolini rossi. Il mio fuori era il giardino della nostra abitazione. Era lì che io mi sentivo sire di un regno composto di alberi da frutta mescolati ad abeti, magnolie, peonie; vi trovava posto persino un tasso con le bacche rosse, coi rami che quasi penetravano in una stanza al pianterreno. 
Come evadevo da scuola mi precipitavo a casa, pranzavo, sparecchiavo, asciugavo le posate, studiavo e quindi volavo a trascorrere il resto del pomeriggio in compagnia dei miei giochi, che erano la reincarnazione di tanti sogni meravigliosi, che allora ritenevo realizzabili. 
Mio padre era capostazione: questo metteva a mia disposizione, oltre ad un giardino intero, una casa dalle innumerevoli stanze inutilizzate che perlustravo alla continua ricerca della “cassa del morto”. Talvolta la mamma si lamentava con il papà per i rumori e per il fumo delle locomotive; io, che ero molto lontano dall’immaginare che quelle parole nascondevano il suo desiderio di farsi coccolare, me ne stupivo e paventavo una momentanea “uscita di testa” della mia mammina. A me i treni scandivano i tempi della giornata: senza girarmi riconoscevo quale transitava, da quante carrozze era composto, il suo eventuale ritardo… Però, e ritengo per una sorta di contrapposizione, andavo pazzo per le teleferiche, per i cieli, per gli aerei: mi addormentavo fantasticando che da grande avrei pilotato un caccia della Royal air; oppure, infilato in una navicella spaziale, avrei raggiunto Marte, Giove... 
L’estensione dei cieli era dentro ogni mio interesse, dentro ogni mio progetto. Ben più dei muri che tremavano per i rimbalzi delle mie pallonate, delle piante dei viali scorticate dalla mia supersonica velocità in bici, dei salti con l’asta che ogni volta mi portavano via lembi di calzoni. A questo punto mi sembra doveroso ripeterlo: a dodici anni non ero stato un santo, proprio non lo ero stato. Gli undici vetri delle finestre di casa che avevo rotto giocando a pallone in camera o in corridoio, perché fuori nevicava ed io mi ero stufato di caracollare da una stanza all’altra, mi avevano iscritto ne Il Guinness dei primati, conquistandomi i ringraziamenti (e le caramelle) del vetraio; ci aggiungo le ringhiere delle scale di casa che salivo dall’esterno e ridiscendevo a cento all’ora senza appoggiare le mani sul corrimano, gli abeti dei quali conoscevo le cime ed il numero dei nidi dei passeri e… la pipì che, grazie al buio invernale, dal balcone regalavo alle teste di alcuni passanti da me “selezionati” per la loro intollerabile arroganza. 
«Assomigli a tuo nonno» — con un malcelato piacere mi sussurrava la mamma — «Anche lui alla tua età si divertiva a prendersela coi monellacci che giravano nel quartiere. Non che il mio povero papà combinasse le tue… ma indubbiamente era un bel tipetto!». 
«Raccontami di quella volta che il nonno prese a calci un compagno di classe, o di quando salì sul pulpito ed improvvisò una predica dicendo peste e corna di… ». 
Cercavo di traviare la mamma. Questo mi era facile se il guaio che avevo combinato non era troppo grave (la mamma ci cascava ed incominciava a ripetermi storie che conoscevo a memoria), altrimenti anche lei si sentiva obbligata a castigarmi rinchiudendomi in camera, senza cena e coi libri davanti. Quando si è piccoli non si capisce proprio come i grandi ritengano giusto che uno rimedi alle presunte malefatte studiando ore su ore. Per mia fortuna mi ero accordato con Gesù: non sarei mai diventato grande; raggiunti i tredici-quattordici anni, Lui avrebbe bloccato la mia crescita. Avrei vissuto un’eterna fanciullezza. 
L’indomani, per concludere la quadratura del cerchio, mi avrebbe atteso una predica privata da parte del curato, in cui le fiamme del fuoco dell’Inferno «sono alimentate dalle lacrime della tua povera mamma». 
Ma, in cima ad ogni mia avventura, che per gli adulti variava dalla monelleria alla mascalzonata, restava sempre una placida teleferica, preparatoria di futuri raid nei cieli. Tornato da scuola e conclusi a velocità supersonica i doveri domestici che mi competevano, sia con la pioggia, sia con il sole, il giardino e la teleferica erano miei complici sino alla centesima, perentoria esortazione a salire per la cena. 
Era un regno davvero senza pari! Lo rappresentava, come stemma d’insigne casato, una pianta di albicocche di una smisurata estensione; riverenti, la contornavano susini e filari di uva. Era la casa di capistazione succedutisi a capistazione. Ognuno aveva inteso dire la sua, così si erano sviluppati, accanto a viali segnati da siepi di bosso, con ghiaia che con meticolosità sottraevo alle erbacce, roseti e aiuole di peonie, ma anche un orto con cavoli, carote e lattuga, vergognosamente posto accanto ad un boschetto di cedri e di abeti... Lì partiva e arrivava la teleferica. L’altra estremità del filo l’avevo fissata sul balcone della mia camera; due ruote di bicicletta senza copertoni facilitavano il movimento in entrambi i sensi. Avevo costruito il carrello sfruttando il materiale del magazzino della stazione; nei pomeriggi di pioggia battente mi ero dedicato a rafforzarne la struttura con il filo di ferro, che successivamente avevo dipinto. 
Ad opera conclusa, avevo studiato una cerimonia per il viaggio inaugurale. Contavo d’invitare il curato e alcune autorità conosciute da mio padre, ma la mamma mi aveva scoraggiato. Pazienza. Eppure per un’occasione tanto importante il brindisi era necessario. Scovai in un angolino della cantina una bottiglia di spumante e ne scolai metà. Probabilmente esagerai: la testa prese a girarmi come una trottola; per evitare che la mamma se ne accorgesse dovetti inventare che morivo di sonno ed infilarmi sotto le coperte ad un’ora indecente. 
Sulla teleferica caricavo oggetti che, ogni volta, sfidavano le leggi di gravità e li spingevo su e giù. Per sostenere la struttura mi ero premurato di costruire a metà percorso, tra i rami dell’albicocco, una sorta di pilone. Quanto prima avrei reso elettrica la teleferica — cimento non insuperabile grazie alle mie non modeste prerogative — e senza dover ricorrere alla collaborazione di un adulto: da Gesù, che apprezzava moltissimo il mio passatempo, sarei stato illuminato al momento opportuno (anche questo rientrava nei nostri patti). 
Anziché andare fieri delle mie imprese e precipitarsi a rivelarle ad amici, parenti e conoscenti, come in ogni famiglia normale sarebbe accaduto, i miei genitori erano disperati. E via con le prediche! Il compito era prerogativa del capofamiglia, impettito al centro della sala; la mamma, seduta, ascoltava e frignava. (A malincuore devo ammettere che la mia mammina era pur sempre una femmina e le lacrime le produceva con un suo copyright). 
«Abbiamo sopportato la pipì fuori dai suoi luoghi naturali, le scale salite e scese come uno scriteriato cowboy da rodeo, mille altre stranezze, ma all’ultimo tuo pazzesco e pericolosissimo gioco, il cuore di tua madre non ha retto. Vuoi proprio vederla morire?». 
I due mi avevano spiato mentre, degno erede di Icaro, ero sceso lungo il filo della teleferica sostituendomi al carrello. L’urlo disperato della mamma ancora oggi mi colpisce e stupisce. 
Dopo interminabili conciliaboli, che avevano accompagnato le mie troppe giornate agli arresti domiciliari, visto che di maturare in saggezza non intendevo saperne, d’accordo con il curato (loro complice; sia del mio atteggiamento mistico, sia del mio impegno quale chierichetto che confondeva, spesso apposta, le ampolline, diffidava questo savonarola) decisero che Gesù Bambino, tramite le Sue vie celesti, mi avrebbe portato un cane. 
«Chissà che la compagnia dell’amico dell’uomo per eccellenza, sostituendosi agli amici che non vuoi, non ti plachi!». Questa la loro conclusione. 
D’istinto mi era venuta come risposta: «Non so che cazz… cavolo farmene di un cane: io voglio un castoro». 
La richiesta di un castoro era stata una parola buttata là; avrei potuto chiedere un canguro, una giraffa, tanto i miei (pardon, Babbo Natale) me l’avrebbero regalato di peluche. 
Mamma e papà mi fissarono sconcertatissimi. Mia madre tentò d’indirizzarmi almeno sul più piccolo dei felini. Ma ormai io pretendevo un castoro. I gatti li detestavo quanto detestavo i cani (sempre ad annusare cacche... ); e le persone che tengono canarini in gabbia e pesci nell’acquario, tuttora le detesto. 
«Perché insistete?» — ribattevo ai miei genitori — «Mica deciderete voi ma Gesù Bambino. E di Lui, che è saggissimo a dispetto dell’età, so di potermi fidare». 
Per inciso, non che a dodici anni meno due mesi credessi ancora alle favole, al lupo cattivo e alla fatina buona... I miei parlavano di Gesù Bambino per dare importanza al regalo. Bah, li lasciavo dire: mi conveniva stare al loro gioco. 
Non mutai più la mia decisione. Ogni sera, prima di addormentarmi, recitati con la fretta addosso un Pater, un’Ave, un Gloria, un Angelo di Dio e quattro Requiem per i nonni con la speranza che fossero già in Paradiso, giungeva il momento più atteso della giornata: quello dei sogni... che, da qualche tempo, era diventato “il sogno”. 
 
Pierluigi Ambrosini 
 
 
[Continua... ]
 
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