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Il sentiero 
“del comico e dell’umorismo”
“Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze d’un’alta saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l’umorismo”. 
 
(Hermann Hesse, Il lupo della steppa
 
 
 
“Un senso del comico abbastanza vivo da permetterci di vedere le nostre assurdità non meno che quelle degli altri può impedirci di commettere tutti i peccati, o quasi tutti [...]”. 
 
(Samuel Butler, Taccuini
 
 
 
“Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a se stessi) c’è il campo di concentramento”. 
 
(Eugène Ionesco, Note e contronote)
 
Una recensione 
a cura di Pietro Pancamo
 
Dario Fo, L’apocalisse rimandata. 
Ovvero benvenuta catastrofe! 
(Spettacolo teatrale)
 
 
L’ironia può davvero neutralizzare gli effetti nefandi dell’ignoranza e indicarci con briosa sollecitudine la strada migliore per accedere alla salvezza? Dario Fo (vincitore del Premio “Nobel” per la letteratura nel 1997 nonché attore e commediografo che da sempre sa come sfruttare la cultura popolare, per tramutarla in magia affabulatoria) ne sembra sinceramente e profondamente persuaso. Tanto che ha da poco tratto da un suo recentissimo libro di narrativa (pubblicato dalla casa editrice Guanda di Milano ad aprile del 2008) una pièce teatrale intitolata L’apocalisse rimandata. Ovvero benvenuta catastrofe! Per volontà e merito della Società “narniOpera Openair”, l’anteprima nazionale di questo spettacolo è andata in scena lo scorso 27 giugno proprio nella cittadina di Narni, e più precisamente presso l’arena all’aperto sita al “Parco dei Pini”, rivelandosi a pieno per ciò che indubbiamente è: una rigorosa ma giambica rivisitazione a tre (lo stesso Fo, il figlio Jacopo e la moglie Franca Rame) delle tragedie ambientali che hanno martoriato la Terra negli ultimi decenni; un frizzante documentario da camera che — complice una serie di quadri vispissimi e all’impronta, dal tono colloquial-casareccio — instaura con la platea un rapporto d’istrionica cordialità; un divertissement, impegnato e goliardico al contempo, che — per dissipare la censura non solo giornalistica che spesso, producendo disinformazione massima, imbavaglia le notizie riguardanti i danni all’ecosistema — descrive, sarcasmo alla mano e sulla base di dati inconfutabili, il disastro finale che minaccia il pianeta in cui viviamo e che, in un futuro molto prossimo (magari già sul punto di concretizzarsi), promette di colpirci indistintamente e tutti. L’unico modo per sottrarsi all’ineluttabilità del cataclisma è affidarsi all’ironia divulgativa della famiglia Fo, per imparare ed assorbire la saggezza ancestrale di quelle popolazioni che in genere, nella nostra accanita albagia di occidentali viziati, consideriamo sottosviluppate o primitive, quando invece (ed in realtà) custodiscono i segreti, semplici e superiori, di un’epoca radicalmente tramontata: l’epoca in cui l’uomo — adesso purtroppo elemento discorde e nocivo del creato — era parte integrante (e integrata) di un mondo ancora intonso, come della splendida natura madre. 
 
Pietro Pancamo
 
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In fede, 
 
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