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Il sentiero
“dei generi”: il comico e l’umorismo
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“Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze d’un’alta saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l’umorismo”.
(Hermann Hesse, Il lupo della steppa)
“Un senso del comico abbastanza vivo da permetterci di vedere le nostre assurdità non meno che quelle degli altri può impedirci di commettere tutti i peccati, o quasi tutti [...]”.
(Samuel Butler, Taccuini)
“Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a se stessi) c’è il campo di concentramento”.
(Eugène Ionesco, Note e contronote)
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Io e Campanile
-Appunti umoristici di un lettore colto-
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Ho letto il primo libro di Achille Campanile a dodici anni. Mi ricordo vagamente che le scuole erano finite... doveva essere giugno, e come purtroppo capita, i primi giorni di vacanza li avevo trascorsi a letto con l’influenza, e proprio con quel libro tra le mani.
Conservo ancora quel “primo libro” di Campanile, che era poi il suo secondo in ordine di pubblicazione: Se la luna mi porta fortuna; l’edizione che avevo io era una delle prime della nuova Bur (sto parlando della metà degli anni Settanta) ed era arricchita da un saggio di Umberto Eco, di cui allora non sapevo granché, tranne che era un professore ed aveva studiato nello stesso liceo di mia mamma, ma qualche anno prima (il che non mi diceva molto, in realtà, del perché Eco si occupasse di un umorista).
Del saggio capii francamente poco: non ero preparato ad una discussione sulle strutture umoristiche; però apprezzai le numerosissime citazioni campaniliane: ce n’erano di divertentissime, specie da Ma che cos’è questo amore?, storia che, ambientata in parte a Capri, giocava lungamente sull’idea dell’“uomo in mare” che invece si sta tranquillamente facendo un bagno e viene soccorso come se stesse per morire. Un tema caro a Campanile, quello della suspense creata inutilmente (“climax e anticlimax” credo lo definisse Eco), come anche nell’apertura di Se la luna mi porta fortuna dove Battista — che (nota bene) non è un cameriere, ma solo un giovane timido — introdotto inizialmente con toni da romanzo poliziesco, è in realtà a casa sua, si scopre poi, e logicamente può fare quel che gli pare.
Mi affascinò che lunghe sequenze di Se la luna mi porta fortuna e, da quanto Eco citava, anche di Ma che cos’è questo amore? si svolgessero in uno scompartimento ferroviario, pretesto, in ambo i casi, per far incontrare una serie di personaggi piuttosto incompatibili (e prevalentemente con lo stesso nome, in Ma che cos’è questo amore?, dove in uno scompartimento ci sono quattro Carlo Alberto, un Filippo ed una signora, che — siamo negli anni Venti — qualcuno, non si sa chi, bacerà, approfittando del tratto nel tunnel).
I treni e le stazioni tornano spesso nelle opere di Campanile, dai pipistrelli che volteggiano sotto la galleria della vecchia stazione “Termini” in Avventura di un’anima, alla giovane donna morta nella sala d’attesa della stazione di Trastevere in Agosto, moglie mia non ti conosco.
Già: umorista... E cosa ci fa la morte che compare così spesso, anche nei primi romanzi, assumendo forme quasi comiche, che servono forse ad esorcizzarla? La morte del bimbo, del nipotino del protagonista, che chiude (simile a un brivido) Avventura di un’anima, la morte (poi risurrezione, poi di nuovo morte) del protagonista de Il povero Piero. Mi colpì nel Povero Piero il bridge del Tempo, della Giovinezza, dell’Amore e della Vita, che, non avendo i punti per l’apertura, passano tutti e quattro (il che può essere una freddura, ed infatti lo è, ma è anche una malinconica riflessione in quattro battute).
Mi ricordo che Campanile diceva in un’intervista qualche anno prima di morire, che da ragazzo amava scrivere tragedie in versi, talmente piagnucolose che, con concretezza romanesca, fu invitato dal maestro a dedicarsi a qualcos’altro: così decise di far ridere, ed in effetti ci riusciva facilmente, fino ad essere considerato uno dei più promettenti umoristi della “scuderia” del Corbaccio, poi di Treves, allora uno dei maggiori editori italiani.
Tuttavia l’umorismo, la malinconia e la vena sentimentale s’intrecciavano continuamente in Achille Campanile: in particolare egli era capace di parlare d’amore in modo estremamente pudico e riservato, nascondendosi nelle sue “digressioni”, che sono quasi sempre funzionali allo svolgimento dei suoi romanzi, anche se non appare subito. Ricordo un esempio in In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto), dove l’autore narra a lungo in prima persona di una ragazza di cui si era invaghito e che portava a spasso un cagnetto “epilettoide”; poi la ragazza svanisce dietro una digressione in cui si parla di cose perfettamente futili, tra cui un portafrancobolli; poi, dopo una serie di asterischi, il capitolo si conclude con la frase, secca: “Si chiama Francesca”. Folgorante.
Ho amato anche il Campanile ultima maniera, quello de Gli asparagi e l’immortalità dell’anima per esempio, con l’episodio surreale in cui, mentre le statue si animano, il monumento ad Agostino Bertani (che per inciso è un politico ed un filantropo di fine Ottocento) stringe fra le mani la targa del proprio piedistallo, chiedendosi disperato, o forse solo perplesso: «Ma chi ero?»; e con la piccola prosa in cui un possibile raccomandato schiaffeggia il raccomandante, solo per L’attrazione del vuoto. Beh, a conti fatti, è vero che capiti di desiderare di schiaffeggiare qualcuno che ci vorrebbe aiutare, solo perché ci sembra tronfio ed eccessivo, o forse solo per “l’attrazione del vuoto”, per vedere cosa succederà (non sto consigliando che schiaffeggiate il vostro datore di lavoro, per carità, anche se a volte... ). Oppure il Campanile delle Vite degli uomini illustri, con quel capolavoro che è la disquisizione sul Tasso (poeta) e sul tasso (albero), a partire dalla quercia del Tasso, e passando per il Tasso (altro poeta, padre del precedente), per il tasso barbasso (altro albero) e naturalmente per il tasso (animale). Geniale.
Era un po’ un ritorno alle origini, al teatro delle Tragedie in due battute (con la locomotiva che dice all’altra: «Le dà fastidio il fumo?»; e l’altra risponde: «Per carità, [...] fumi pure. Fumo anch’io») ed a L’inventore del cavallo, dove uno scienziato illustra la sua fantastica invenzione, il cavallo, destando stupore presso il severo consesso, finché dalla finestra aperta non giungono rumori di un reggimento di cavalleria per la strada, con le conseguenze che è facile immaginare (ehm, non sono sempre sicuro che quanto a capacità di autocritica si siano fatti molti passi avanti nel mondo scientifico... ).
Campanile fu un autore teatrale ferocemente fischiato, al livello, fatte le debite proporzioni, del Pirandello dei Sei personaggi in cerca d’autore, e l’esperienza lasciò traccia nei suoi libri: in In campagna è un’altra cosa ecc., gli spettatori, brandendo lunghi bastoni, gridano: «Autore, autore»... Non gli andò meglio col cinema: scrisse un film nel 1939 (Animali pazzi), interpretato tra gli altri da Totò (secondo film di Totò, per inciso), ma non fu un successo, anche se l’idea di un manicomio per animali non era male ed il film, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia, da quel che me ne ricordo era più controllato e riuscito di molti altri di Totò.
Negli ultimi anni, Campanile, che aveva esordito col monocolo e con l’orologio con la catenella, si era fatta crescere una barba da santone indiano, e si era ritirato dalle scene pubbliche, come di solito i santoni, anche se più modestamente a Velletri. Era una personalità molto più complessa di quanto non apparisse al ragazzo di dodici anni che leggeva Se la luna mi porta fortuna, ragazzo che nel frattempo, oltre a leggere altre due o tre cose di Campanile, ha anche, forse, capito buona parte di ciò che Eco voleva dire nel suo saggio. Quella che non è cambiata è l’immensa simpatia umana che provo per questo scrittore, e che me lo fa sentire ancora vivo e capace di fornire saggezza (ricordate la barba da santone) col sorriso.
Carlo Santulli
Docente associato presso la Facoltà di ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma
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