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Magari sembra un controsenso, e quasi un paradosso, eppure i fiumi son “focosi”... beh, perlomeno quelli completi — come succede normalmente in alcuni casi celebri — di rapide bizzose e scalpitanti. Così turbolente, insomma, da poter essere domate alla perfezione solo da un virtuoso della pagaia. Anzi due. Ma certo, esatto: Cristiano Degiorgis e Pamina Vitta, i quali da adesso in poi — dopo aver affrontato le acque più scoscese e sconfitto le correnti più impetuose, immergendosi fino all’osso in ondate e mulinelli — stileranno (stilleranno?) per questo sito diari accattivanti di viaggio e d’avventura, parlandoci della canoa: uno sport appassionante (vedremo leggendo) che ci permetterà di esplorare compiutamente la nostra esistenza. Non per nulla, mostrandoci il pianeta Terra nei suoi aspetti variamente geografici (infatti Pam and Chris — con amici al seguito — non si stancano mai di spostarsi in aereo da un continente al successivo, per sfidarne vuoi lo Zambesi, vuoi lo Zanskar, quando capita il Velino o il Colorado River), c’illustrerà la vita nelle sue tante sfaccettature: sia buffe, sia quotidiane, sia (dal cameratismo al “terrore”, dal coraggio alla vittoria) “psico-moral-spirituali”.
Ebbene, cari internettiani, perché negarlo? Sotto i nostri occhi sta per cominciare una rubrica a tuttotondo che — servendosi di reportage dal tono brillante, brioso e seminarrativo — scruterà il mondo intero meticolosamente, da angolazioni nuove e originali (o, a ogni modo, alternative), proprio com’è nello stile de «L(’)abile traccia».
Buon tuffo, allora, nei liquidi orizzonti.
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INTRODUZIONE
Nel dicembre del 2005 due intrepidi canoisti (Pamina Vitta, cioè io, e Cristiano Degiorgis) hanno attraversato il globo (scomodamente seduti a bordo di aerei traballanti) per raggiungere uno dei posti più suggestivi della Terra: le Cascate Vittoria. Scoperta da un noto esploratore britannico dell’era vittoriana, David Livingstone, questa montagna d’acqua in caduta verticale segna il confine tra Zambia e Zimbabwe.
Mr Livingstone (che fu il primo europeo ad attraversare l’Africa da Luanda sulla costa occidentale a Quelimane su quella orientale) quando esplorava lo Zambesi tra il 1852 e il 1856, non immaginava che un secolo e mezzo dopo, questo imponente fiume sarebbe divenuto meta di pellegrinaggio pressoché sacro per i canoisti di tutto il mondo.
Di fatto scopo del nostro viaggio era solcare le imponenti e spaventose rapide di questo fiume grandioso.
CHI SIAMO?
- Ataru (Cristiano Degiorgis): pensatore illuminato la cui vena filosofica — culminata al tempo in una laurea di pregio, con relativa tesi sullo studio della cristologia di Dietrich Bonhoeffer (teologo tedesco) — si è inaridita a favore di un ingiustificato interesse per la programmazione informatica. Inspiegabile voltafaccia paragonabile solo a quello di un provetto pizzaiolo che abbandoni il suo caldo forno per dedicarsi alla preparazione di... gelati.
A completare il quadro di quest’individuo contrastato, bisogna dire che l’interesse per la teologia e l’informatica si sposa con un’irrefrenabile passione sportiva. Ed anche in questo campo il ventaglio delle attività praticate è ampio: provetto sciatore, un passato da triatleta di punta, agguerrito polista (nel senso di canoa polo, sport simile alla pallanuoto ma in canoa) e appassionato canoista fluviale.
Mente inquieta, sensibile, intransigente, assetata di sapere ed esperienza, sembra trovare pace solo nella fatica o... nelle allegre serate con gli amici, innaffiate di birra (poiché il vino non rientra tra i suoi gusti).
- Debby (Deb Pinninger): un nome che nel mondo della canoa è celebre quanto quello di Madonna fra le rockstar. Debby è una ragazzona di ventott’anni di una simpatia veramente unica. Vive di birra e canoa. Davvero la canoa è la sua vita e il suo pane quotidiano: campionessa del mondo di rodeo (una complicata disciplina canoistica in cui l’atleta deve eseguire figure acrobatiche in onde fluviali) e istruttrice tra le migliori, nel tempo libero esplora remoti angoli idrografici caratterizzati da rapide imponenti.
- Filippo (Andy Philips): un nome, un simbolo. Parliamo di un altro dei massimi protagonisti mondiali della scena canoistica. Voce bassa, ironia pungente. Poco incline all’entusiasmo, complice intelligente dell’altrui ilarità. Assente e brillante compagno di vivaci serate festose. Non posso dilungarmi nella sua descrizione perché tradirei la sua indole asciutta, il suo modo di esprimersi sintetico, pungente e incisivo, senza fronzoli. Diritto al centro. Posso solo dire che vederlo scendere fiumi è un piacere estetico ed estatico. Non a caso per la sua innata eleganza è il protagonista conteso di un’innumerevole serie di filmati canoistici didattici e avventurosi, o scanzonati.
- Steve (al secolo Stefano Costa): seppure non materialmente presente nel nostro viaggio, di sicuro è il vero padrino della nostra “campagna d’Africa”. È stato tra i primi italiani a discendere lo Zambesi col sorriso sulle labbra. Noto amante del vino (raffinato intenditore di vini d’oltreoceano) e della buona compagnia, fortissimo canoista deve la sua fama alla sua allegria contagiosa e alla sua ineguagliabile abilità medica di osteopata. Non prende sul serio quasi nulla tranne la dedizione al divertimento (seconda ovviamente solo alla sua dedizione al lavoro). Incredibile comunicatore, pare non esista davvero lingua che egli non sia in grado di masticare perfettamente dopo un paio di bibite rigorosamente alcoliche.
- Ignazio (Bryan O’Connor): americano insolito. Poco sorridente ma compagno piacevole e accondiscendente. Discreto e attento ascoltatore, non si intromette mai. Di lui sappiamo poco: è di Philadelphia, ha imparato da poco ad andare in canoa ma ha imparato sul Futa (strepitoso e mitico fiume in Cile, altra meta di culto per i canoisti). Senza essere spavaldo, è sicuramente un temerario. Preciso come un cecchino, sa quello che vuole e lo realizza.
- Pamina Vitta: difficile scrivere di se stessi. Adoro i fiumi. L’acqua ribollente e spumeggiante ha su di me un effetto immediato, come un tonico contagioso che mi trasmette vitalità e gioia incondizionata. Non ho idee chiare sul futuro. Di sicuro non smetterò di viaggiare finché una sola goccia di sangue circolerà nelle mie vene.
Pamina Vitta
24/12/2005
CRISTIANO: Si parte! Il viaggio inizia all’alba della vigilia di Natale: partenza alle 07:00 da casa mia per prendere il primo dei tre aerei, che ci porterà a Livingstone (Zambia).
Il volo parte alle 12:00 da Linate... tempo in abbondanza, ma l’imperativo per chi viaggia con un kayak è sempre lo stesso: primo al check-in. Questo è il modo migliore per trovare gli addetti delle compagnie aeree nel migliore degli stati d’animo.
L’avvicinamento al tanto agognato ZAMBESI ha riservato un certo numero di sorprese... tragicomiche. Se da un lato semplicissimo è stato imbarcare la canoa e gli zaini (contrariamente al previsto), dall’altro avremmo pagato la serenità con cui affrontavamo la partenza e con cui spocchiosamente ci illudevamo di aver passato il momento più critico (accettazione bagaglio oversize).
Salutiamo Alessandro che ci ha coraggiosamente accompagnati all’aeroporto, all’alba di una gelida vigilia di Natale... con sua somma gioia e soprattutto di sua spontanea volontà!!!!
Prima di imbarcarci una bella sorpresa: Betta e Sabrina, in veste di Babbo Natale, sono venute a salutarci, a portarci i loro auguri — accompagnati da regalini — e a prodigarci gli ultimi consigli nel tentativo di infonderci fiducia. Sabri in effetti ci ha preceduti di qualche settimana, “all’avanscoperta” dell’imponente Zambesi.
L’ansia cresce man mano che ci avviciniamo alla meta. Sarà smorzata solamente dallo sfinimento e dalla stanchezza che colgono i viaggiatori al check-in dell’ennesimo volo, quando i livelli di entusiasmo e adrenalina sono ormai compromessi. Quando non riesci a ricordare da quante ore sei in piedi, che ora e che giorno sia a casa, dove stai andando... allora hai una sola certezza: stai per arrivare.
E in effetti questa era la nostra sensazione all’arrivo a Johannesburg, dopo sei ore di attesa ad Atene e dieci ore di volo.
25/12/2005
Già a Johannesburg, l’Africa ci si manifesta nella sua caratteristica principale: nulla è impossibile. Nemmeno una hostess vestita da Babbo Natale che indossa a mo’ di cerchietto sopra i capelli un paio di corna d’alce, addobbate con tanto di campanellini e fiocchetti d’oro! Impossibile trattenere le risa.
Nonostante i nostri dubbi, è proprio lei l’addetta al check-in della fantomatica compagnia aerea con cui ci accingiamo a raggiungere Livingstone...
Per inciso: la compagnia non dispone nemmeno di un desk proprio; per il check-in prende a prestito quelli di un’anonima stanza quadrata, al cui centro sta una colonna con un telefono e un tabellone di interni da chiamare. È la transfering area: ovvero chi arriva da mete intercontinentali e deve proseguire il suo viaggio, raggiunge questa stanza, scorre l’elenco degli interni del tabellone fino a trovare il nome della compagnia che lo interessa. Compone il numero nella speranza di ricevere risposta prima di perdere il volo. Noi siamo fortunati. Al quarto tentativo veniamo raggiunti dalla buffa signorina.
E sia. Finalmente allacciamo le cinture per le ultime due ore di volo. L’umore è alto. Scherziamo sull’eventualità nient’affatto remota che i bagagli (o peggio la canoa) non arrivino a destinazione. Ma d’altro canto non possiamo saperlo con esattezza fino allo sbarco, né possiamo intervenire. Dunque tanto vale rilassarsi. Ridendo e scherzando cominciamo a compilare l’entry form per la dogana dello Zambia. Cominciano le dolenti note.
Pamina copia meticolosamente i dati riportati nel suo passaporto. Ma alla voce “Data di scadenza” qualcosa non torna. La data indicata nel passaporto plastificato riporta: “7 maggio 2005”. È il 25 dicembre 2005...
PAMINA: Qualcosa mi dice che questo passaporto è scaduto. Un brivido lungo la schiena: scaduto??? Prima sensazione: ridacchio al pensiero di avere passato il controllo passaporti di ben tre Stati (Italia, Grecia, Sud Africa) in tempi in cui il sospetto regna sovrano e lo spettro del terrorismo rende intransigenti gli agenti di polizia di qualsiasi angolo del globo. Ma poi penso che ride bene chi ride ultimo. E che l’ultimo a ridere in questa storia potrei non essere io... che sto per atterrare in Zambia col passaporto scaduto. Che diavolo faccio?
Piano A: faccio finta di nulla e copio la data pari pari nella speranza di non imbattermi in uno zelante agente, puntiglioso e intransigente.
Piano B: faccio la gnorri e copio una data quasi identica ma posticipata di un anno.
Piano C: chiedo consiglio alla hostess, mettendola di fronte alla mia stupefacente ingenuità.
Passo al vaglio le tre opzioni ed opto per il piano C, prima di abbandonarmi alla disperazione. Individuo la responsabile di cabina e le sottopongo la mia tragedia, sperando in una parola di conforto. E invece vengo messa al corrente che il comandante dell’aereo verrà informato e valuterà la possibilità di non farmi scendere dall’aereo (come richiede il protocollo) e di riportarmi immediatamente a Johannesburg e da lì, a ritroso come in un vortice, ad Atene e, ancora più indietro, a Milano.
Mi tremano le gambe. Non posso nemmeno immaginare di essere arrivata così vicino a realizzare il sogno di scendere questo fiume, di vederlo ora dall’oblò e di dover rimandare tutto.
Il comandante nella sua infinita magnanimità decide di fare finta di nulla e mi consiglia di affrontare il controllo-passaporti con serenità e spensieratezza. (Testimonianza di una donna distrutta).
CRISTIANO: Sorvoliamo le cascate. Una delle meraviglie del mondo.
Atterriamo. Tutti i turisti felici si allineano nelle lunghe code per l’ultimo supplizio: il timbro sul visto. Pamina perde il lume della ragione e comincia a spostarsi freneticamente da una coda all’altra, alla ricerca del funzionario col viso più clemente. Com’è come non è, ci troviamo di fronte ad un sorridente controllore che si dimostra oltremodo propenso a chiacchierare. Peccato che noi non abbiamo nemmeno saliva per articolar parola. Eccolo lì, passaporto di Pamina in mano. Il tempo si ferma. Osserva. Sfoglia. Sfoglia. Sfoglia. Impugna il timbro e — apriti cielo! — appone il visto!
Poi prende il mio e ripete l’agognato gesto. Ma ecco che riprende il passaporto di Pamina. E di nuovo... la vista ci viene meno.
Apre il passaporto.
Sfoglia.
Sfoglia.
Sfoglia.
E... aggiunge una firmetta sul visto!!!
È fatta amici. È fatta. La gioia di Pamina è indecifrabile ma più che evidente.
Incredibile ma vero: non manca nemmeno una valigia. Canoa, pagaie, zaini e sacche stagne. Sta tutto lì. C’è pure Swen a prenderci! Con la bella land rover verde. Senza scarpe. Ci carica su i bagagli. Si chiacchiera del più e del meno. Fa caldo, ma il clima non è nient’affatto torrido. Il sole è coperto di nuvoloni carichi di pioggia. Arriviamo al “Fawlty”, il nostro lodge. Ha una bella hall che in realtà è un porticato ed ha solo due pareti. Le due mancanti dànno l’una su un cortile (dove si possono parcheggiare le macchine e le canoe) e l’altra si affaccia su un giardino, attorno al quale sono disposte le varie stanzette. C’è anche una piscina in mezzo al verde rigoglioso del giardino, con qualche tenda piazzata qua e là. Ben poche per la verità: la differenza di prezzo tra una stanza e la tenda è minima. Le frequenti precipitazioni di questa stagione inducono quasi tutti i viaggiatori ad optare per quattro pareti, un letto ed una zanzariera sotto un solido tetto.
Scarichiamo canoe e bagagli. Combiniamo con Swen di vederci l’indomani per la prima discesa. È metà pomeriggio e come consuetudine al “Fawlty” offrono un pancake delizioso con zucchero e limone, tè e caffè a volontà. Quanto basta per sfamarci dopo parecchie ore di digiuno. Con l’inizio della digestione, il corpo si rilassa senza rimedio. Impossibile opporre resistenza al sonno: ci coglie. Quando ci svegliamo è già buio. Una cena veloce e altre dodici ore filate di meritato riposo.
26/12/2005
Ci svegliamo freschi come rose. Pamina in modo particolare sembra rimettere in funzione quell’unico, smarrito, solitario e ramingo neurone che brancola nel buio del suo cranio. È di ottimo umore e rimugina la storia del passaporto.
PAMINA: Eppure mi sembra di ricordare di avere rinnovato il passaporto. Non capisco. Ricordo di essermi recata a luglio all’Ambasciata italiana a Delhi per chiedere un nuovo passaporto, dal momento che il mio non aveva spazio a sufficienza per altri visti. Ma ricordo anche di essere stata in questura a Torino per chiederne il rinnovo. Non torna. Così prendo il passaporto e per l’ennesima volta lo scorro alla ricerca di un timbro o un segno qualsiasi che testimoni la mia buona fede. E infatti LO TROVO! Eureka! Pazzesco. Ieri non c’era... oggi c’è! Nemmeno Cristiano l’aveva visto ieri, nemmeno l’hostess e nemmeno il comandante. Eppure ora eccolo lì: piccolo, discreto, sbiadito ma pur sempre valido. (Testimonianza di una donna senza speranza. O senza memoria?).
CRISTIANO: Ora io non voglio dire... ma è possibile dimenticarsi di avere rinnovato un documento? È possibile? Queste cose non succedono nemmeno nelle fiction e tanto meno nella realtà.
Ma tant’è: più volte, è dimostrato, la realtà supera la fantasia.
Un po’ in balia degli eventi, facciamo colazione. Non sono neanche le 08:00, quando ci raggiunge Debby.
Deb Pinninger: forse la più forte canoista del mondo. Persona di una simpatia rara, metterebbe di buon umore anche il più incallito pessimista. Gesticola in modo singolare e soprattutto parla in un modo davvero buffo facendo sonoramente vibrare le R (cosa del tutto anomala per un’inglese).
Non conoscevo Deb se non dai racconti di Steve (Gonfiardone I di Lanzo, detto anche Comandante Navarro). È davvero una persona speciale. Deb non vede l’ora di portarci giù per lo Zambesi. Ha alcune faccende da sbrigare, pertanto ci dà appuntamento verso mezzogiorno.
Trascorriamo le due ore rimanenti a controllare tutta l’attrezzatura per la nostra prima discesa del “mighty Zambezi”. Non pizza e fichi: “mighty Zambezi”. Cominciamo a realizzare che ormai la discesa sta per materializzarsi. Ovvero stiamo per impugnare la pagaia e affrontare alcune tra le più imponenti rapide del mondo. Beh, però almeno l’acqua è calda...
PAMINA: Il mio livello di ansia è paragonabile solo a quello provato nelle ore precedenti la discussione della tesi per la laurea. Con la differenza che mi accingo ora ad affrontare non una prova ineluttabile, come la laurea, ma una che ho scelto di mia spontanea volontà e con l’obiettivo di divertirmi. Divertirmi già... non terrorizzarmi. Sant’Iddio, ma io non sono assolutamente all’altezza! L’ho visto nei video, lo Zambesi. L’ho provato sulla mia pelle otto anni orsono (ed è a tuttora l’unica volta che ho pensato di morire. Non andavo ancora in canoa e lo Zambesi mi ha battezzata. Il gommone si ribaltò. Sono quasi annegata... ). Mi conforta che anche la faccia tesa di Cristiano tradisce un’emozione che il sorriso abbozzato non maschera. È paranoia allo stato puro.
Steve poi il giorno prima di partire ci ha mostrato il suo video didattico(!) del 1997 sullo Zambesi — non si contano gli aspiranti canoisti cresciuti grazie a questo fondamentale contributo pedagogico — acuendo le nostre ansie, anziché smorzandole.
CRISTIANO: Cerchiamo di distrarci occupandoci in attività del tutto futili come una passeggiata nella piccola Livingstone alla ricerca di un ufficio di cambio. Per la verità non abbiamo nessun bisogno di soldi (che abbiamo già cambiato all’aeroporto); così ci limitiamo a confrontare i vari tassi praticati dalle minuscole botteghe di cambio. Non che questa passeggiata sia particolarmente distensiva. Di fatto siamo sempre più silenziosi e assorti nelle nostre preoccupazioni. Le nostre conversazioni sono ridotte all’osso. Di quando in quando l’uno domanda qualcosa all’altro che a fatica, concentrandosi sulla risposta da dare, articola sospirando un «già!». Questo è il massimo che si possa chiedere a due persone in attesa di confrontarsi con lo Zambesi.
Il tempo vola. Per quanto abbiamo rigorosamente insabbiato i nostri orologi nei cassetti della stanza, non possiamo non notare che il sole di mezzogiorno è ormai sopra le nostre zucche. Sicché diligentemente riempiamo le nostre sacche con i quattro stracci puzzolenti che costituiscono l’abbigliamento ideale per la canoa e passiamo in rassegna per l’ennesima volta il materiale: pagaia, caschetto, salvagente, paraspruzzi, tappanaso.
Chi osservasse la scena comica di un gruppo di canoisti alla prima esperienza sullo Zambesi, li potrebbe associare a partigiani in procinto di organizzare un’azione particolarmente rischiosa. I volti contriti, le menti distratte, la tensione palpabile che emana dai loro corpi, i gesti meccanici che compiono come addestrati da tempo a mettersi alla prova in una situazione di pericolo.
Ma ecco che a risollevare il nostro stato d’animo di soldati pronti al supplizio, arriva Debby solare e sorridente con la sua andatura sbandata.
Deb comincia a raccontare una serie infinita di buffe storielle estratte a caso dal suo repertorio illimitato e noi finalmente sorridiamo mentre carichiamo la macchina per dirigerci all’imbarco. Sale con noi anche Bryan, l’americano silenzioso. Un ragazzo abbastanza minuto, abbronzato, piuttosto taciturno e riservato, ottimo compagno di discesa. Così arriviamo al “Victoria falls park”. Si recano qui numerosi turisti per camminare lungo sentieri che si affacciano sulle cascate. Di fronte alla punta delle dita dei loro piedi si apre il baratro di un salto di circa cento metri che si estende per una lunghezza di diverse centinaia di metri. Tutt’intorno cresce una foresta lussureggiante, resa rigogliosa dalla nebulizzazione delle acque che precipitano giù dal fronte della cascata.
L’acqua è verde scuro, e si schianta lungo le nere pareti del canyon con un fragore e una forza da far tremare i timpani. Uno spettacolo affascinante, ipnotico.
Così camminiamo per i sentieri con le nostre pagaie mentre Deb continua i suoi vivaci racconti; i turisti attoniti ci osservano domandandosi se pensiamo davvero di scendere in canoa.
Noi inganniamo la mente osservando dall’alto questa massa d’acqua ribollente. L’altezza appiattisce le rapide, che appaiono dunque piccine e non così impegnative... illusione ottica!
Il canoista conosce bene quest’effetto illusorio dovuto alla prospettiva: infatti, laddove possibile, osserva il fiume dal basso.
E proprio verso il basso cominciamo a discendere... il rumore dell’acqua si fa più intenso, l’odore dell’acqua satura il nostro naso, l’adrenalina scorre sempre più frenetica nelle nostre vene. Le tempie pulsano. Il cuore scalpita come un cavallo allo stato brado, appena imbrigliato...
Ci facciamo trasportare dal suono spensierato della voce di Deb e arriviamo all’imbarco. Alcuni porter ci hanno preceduti con le canoe in spalla.
Eccoci lì: noi e lui. Lui: mastodontico, sembra un mare incanalato fra due pareti di un canyon. Noi: minuscoli al suo cospetto; impauriti ci chiediamo: «Ma ce la faremo?».
Le rapide più grosse dello Zambesi sono talmente famose da avere ciascuna un nome proprio. Ci sono diversi tratti. Quello ad esempio che comprende le prime nove rapide, lo si percorre in circa tre ore. Poi si può proseguire fino alla rapida 13, oppure sbarcare alla 23 per una gita di mezza giornata. O, ancora, fare un river trip di qualche giorno.
Le prime diciotto rapide sono le più famose. La n. 1 è situata dopo altre tre che si chiamano “Minus” e che sono state percorse da una manciata di canoisti al mondo (ad esclusione della “Minus 3” che si trova troppo sotto il fronte della cascata e pertanto non è raggiungibile).
RAPIDA N. 1
La rapida n. 1 è un’immensa lingua d’acqua che scorre in diagonale, crea una serie di ondoni enormi e finisce contro una parete del canyon. Per questo è detta “Against the wall”. Al centro una serie di ondoni giganteschi. (D’ora in avanti perdonerete l’abuso di termini “giganteggianti”, assai frequenti per tutto il racconto). Con la punta rivolta a monte, bisogna effettuare una linea diagonale (detta “traghetto”) per attraversare la lingua spumeggiante.
PAMINA: Formiche nella pancia. Gola secca. Mi scappa la pipì. Malessere fastidioso: l’adrenalina che assalta il mio corpo. Aspetto e aspetto ancora. Osservo la linea imboccata da Debby e osservo quella di Bryan. Aspetto il passaggio di Cristiano e poi ci provo. I muscoli sono tutti talmente induriti dalla tensione, che perdo ogni parvenza di elasticità e penso di essere pronta a “incrinarmi”, per fracassarmi in mille pezzi contro la parete verso cui la corrente mi spinge con una forza bruta e arrogante. Io, con la mia canoa in balia dei flutti, sono una minuscola scheggia che lotta per raggiungere... la salvezza. Gli occhi sono aperti, a differenza della mente. Concentrata solo sugli ordini da impartire alle braccia disubbidienti, intorpidite dalla rigidezza. Una manciata di lunghissimi secondi. Quando finalmente chiudo gli occhi — per riflesso condizionato — sono già dall’altro lato della lingua indiavolata. Uao!!!
Sono in ballo. Ora bisogna ballare ma il ritmo scatenato lo impone il fiume. Un ballerino seducente che mi piega alla sua volontà. Devo trovare la sintonia. Ma non ci metto molto per capire... che mi sto innamorando perdutamente del mio compagno di danze. Zambesi, meraviglioso abbandonarsi alle tue braccia e ai tuoi passi sfrenati!
RAPIDA N. 2
Appena il tempo di un sorriso e siamo di fronte alla rapida 2. La 2 sciaborda sotto un ponte da cui lunghe grida inquietanti di quando in quando sovrastano il frastuono del fiume... sono i turisti che fanno il bungee jumping appesi a un elastico.
Tre ondoni morbidi e magnifici, che rilassano i canoisti messi a dura prova dallo stress emotivo della rapida precedente. Nella prima di queste onde plachiamo i palpiti tachicardici dei nostri cuori. Sì, perché è davvero divertente e facile giocare... non appena l’occhio si abitua alle dimensioni spropositate della natura che ci circonda.
Giochiamo a lungo e cominciamo a simpatizzare con lo Zambesi. O meglio: è lui che comincia a simpatizzare con noi.
RAPIDA N. 3
Ci ributtiamo nel centro della corrente e proseguiamo alla volta della rapida 3: un’unica, altissima, ripidissima onda con un buco in fronte. Qui bisogna prendere velocità, pagaiare forte, chiudere gli occhi e sorvolare, letteralmente sorvolare come pesci volanti, l’incredibile onda.
CRISTIANO: Eccomi lì di fronte. Come su un trampolino di lancio, imbocco la lingua che mi porterà sulla cresta dell’onda. Non devo essere titubante! Pagaio con forza, deciso a superare questa parete verticale. La supero e penso che non cavalcherò più, mai più nulla del genere. Acqua che precipitosamente sale verso l’alto formando questa immensa cresta. Lascia senza fiato.
RAPIDA N. 4
Segue un tratto piano, tranquillo. Ma non è nient’altro che la calma prima della tempesta!
La 4 ha un nome significativo: “Morning glory”. Di fatto è qui che lo Zambesi dà il suo buongiorno al canoista. Il tratto a monte è di riscaldamento.
È una rapida tecnica. Bisogna fermarsi a “leggerla” dalla riva. Deb ci illustra dove passare. Bryan parte e dà l’esempio. Splendida linea.
PAMINA: Sono concentratissima. Cerco di imprimermi nella mente la linea percorsa dall’ottimo Bryan. Bisogna essere precisi come cecchini. Spengo il cervello e mi metto in modalità automatica. Spero che i miei arti reagiscano istintivamente alle difficoltà.
Ecco ci siamo. Passo perfettamente! Grande gioia! I giorni seguenti sarò sempre più rilassata su questa rapida, che mi punirà inevitabilmente costringendomi a compiere sei eschimi. (Dopodichè imparerò a non sottovalutarla e ad affrontarla umilmente come il primo giorno).
RAPIDA N. 5
Un altro tratto di acqua piatta, prima della rapida n. 5: una delle più impressionanti di tutto il fiume. Il suo nome è “Stairway to Heaven”: “Scala per il Paradiso”. La 5. Ripenso alle parole del dottor Costa, Stefano di Lanzo: «Dopo che l’avrai superata, ti volterai a guardarla e urlerai di gioia».
La 5 si presenta come… una botola verso l’Inferno. Come se l’acqua venisse a mancare e creasse un buco, simile all’apertura di un pozzo gigantesco. Solo che sul fondo non c’è il buio dell’acqua piatta che sta al riparo dalla luce. Nella 5 c’è al contrario una massa oceanica vorticosa e gorgogliante. Ovvero, oltrepassato il verde scuro dell’acqua tesa che precipita nella botola, ci si trova in un delirio liquido e rigurgitante. Come essere lanciati con forza dentro un pentolone di acqua che, vicina a bollire, stia per traboccare, sospinta verso l’alto dal calore.
A comprimere l’acqua in questo caso è la verticalità. Sì, perché se si osservasse “Stairway to Heaven” nella stagione secca (luglio-ottobre) si vedrebbe un gradino di otto metri per tutto il fronte. A gennaio invece la massa d’acqua che arriva sin dalle lontane piogge dell’Africa centrale, è tale che la verticalità è attenuata dal livello innalzato. Potete dunque immaginare quale forza pazzesca abbia tutta quest’acqua che si schianta giù dal salto.
CRISTIANO: Ricordo il cuore stringersi e lo stomaco chiudersi. Come su una giostra; come sulle montagne russe quando si arriva in cima alla salita e si comincia la discesa da brivido. Ricordo di aver seguito Debby. Ricordo che si è voltata a guardarmi sorridendo e poi ricordo di averla vista fagocitata dal fiume! Come se entrasse nel ventre della balena di Pinocchio. Per una frazione di secondo ho pensato di essere perso! Ora senza vedere Deb non avrei più saputo dove andare!! Che linea scegliere...
Ma pochi attimi dopo scopro che non c’è alcuna linea da prendere. Bisogna proprio passare attraverso queste bolle di dimensioni abnormi, sfondarle cercando di assumere una posizione aerodinamica, in cui busto e pagaia siano protesi in avanti a “tagliare” l’acqua.
Quando constato di essere ancora vivo e mi giro a guardare lo spettacolo, sono commosso! È davvero qualcosa di grandioso.
RAPIDA N. 6
“Devil’s toilet bowl”. È una rapida che ti dimentichi, perché non regge il confronto con quello che l’ha preceduta! È piuttosto breve ed è caratterizzata da buchi e mulinelli molto potenti. Talmente potenti da inghiottire le canoe qualche volta. È il mio caso.
PAMINA: Ricordo che stavo chiacchierando con Cristiano. Stavamo ridendo e lui era di fianco a me. Di colpo è sparito. Come avesse preso un ascensore o fosse caduto in un tombino. Ho ruotato su me stessa di trecentosessanta gradi, ma di Cristiano non c’era traccia alcuna. Non faccio in tempo a preoccuparmi che la punta della sua canoa ricompare di fronte alla mia e lo vedo sputato fuori dall’acqua. Come si sputa il nocciolo di una ciliegia, così lui viene risputato fuori dall’acqua!
Sono i “piccoli” mulinelli dello Zambesi.
RAPIDA N. 7
CRISTIANO: “Gulliver’s travels”. Proprio così: si chiama “I viaggi di Gulliver”. È la rapida più tecnica di tutto lo Zambesi. Il fiume qui si allarga molto. Tanto da creare, in fondo alla rapida, un isolotto, dove in genere ci si ferma a fare le foto dei temerari canoisti o dei terrorizzati clienti dei gommoni.
È una rapida molto tecnica, vale a dire che al contrario delle altre bisogna impostarla bene e non sbagliare linea onde evitare di finire in un buco enorme, grosso come una piscina. Il famigerato buco in questione si chiama “Chris”.
La rapida è molto lunga. Non basta lo zoom per fotografarne l’ingresso dal fondo.
Qui la nostra autostima, che faticosamente ci eravamo ricostruiti dopo aver passato indenni le prime sei rapide dello Zambesi, comincia di nuovo a vacillare. Pensiamo di essere alla resa dei conti. Ecco, diciamo che qui la fortuna non basta.
PAMINA: Mi piacerebbe ispezionare questa rapida. Ma Deb dice che è troppo lunga. E poi, al pari della 5, una volta ispezionatala… non so quanto avrei voglia di affrontarla!! Stato d’animo di angoscia profonda.
CRISTIANO: AUANTE!!!!
Baciati dai raggi di un sole rovente che fanno capolino fra le nuvole cariche di pioggia (è proprio la stagione delle piogge, questa), arriviamo in fondo incolumi! Abbiamo fatto un paio di eschimi e non ci abbiamo capito molto di questa rapida, ma abbiamo seguito la linea magistralmente impostata da Deb. Nei giorni successivi prenderemo sempre maggior confidenza anche con questa rapida e la affronteremo da soli.
RAPIDA N. 8
Si chiama “Cena di mezzanotte”, “Midnight dinner”. Immaginate cosa devono provare i vostri panni quando li mettete in lavatrice. Immaginate la centrifuga a ottocento giri al minuto che li stritola. Ecco, più o meno capirete cosa si provi ad “assaggiare” la “Cena di mezzanotte” sullo Zambesi!
Questa rapida consiste di un enorme buco: “The muncher”, “Il tritatore”. Due grosse onde accompagnano il canoista incontro a questo bucone, per attraversare il quale bisogna appiattirsi col corpo proteso verso la punta della canoa: bisogna perciò abbassare la testa verso il pozzetto, tenendo la pagaia parallela alla canoa e ben lontana dalla faccia, per evitare che nell’impatto con l’acqua vada a schiantarsi contro il viso.
Mentre si attraversa “The muncher”, sembra davvero di essere centrifugati! Oltre il buco, la rapida prosegue con delle onde colossali. Questa seconda parte della rapida è detta infatti “Land of giants”, “Terra dei giganti”.
Una rapida eccezionale! Divertentissima! Meno stressante della 7, altamente impressionante ma non così complessa.
RAPIDA N. 9
Una rapida che ha il nome terrificante (e assai significativo) di “Commercial suicide”. In effetti la 9 viene normalmente trasbordata. Nessun gommone la percorre con i clienti. Qui il fiume si stringe parecchio. Così la potenza dell’acqua aumenta in maniera esponenziale. E se si aggiunge che la pendenza del fiume in questo punto è notevole, si avrà forse una vaga idea del perché la rapida abbia un appellativo, ed una conseguente fama, tanto terribili.
Per i nove giorni che dedichiamo alle discese dello Zambesi, trasbordiamo sempre la 9 e la guardiamo con gli occhi attoniti di chi ha di fronte una potenza sovrumana. Come uno tsunami, una valanga, un’eruzione vulcanica.
Il decimo e ultimo giorno decidiamo di… sfidarla. Decisione non facile che richiede uno sforzo attentissimo per valutare rischi e risultanze di un errore. Non è la linea a costituire la maggior difficoltà, quanto piuttosto la massa d’acqua che andrà ad impattare il nostro corpo. Se non si sbaglia non c’è problema. Ma commettere un errore sarebbe deleterio: il corpo potrebbe finire in un enorme buco ed essere letteralmente schiacciato da una valanga d’acqua che precipita sulla testa con una pressione indescrivibile.
In aggiunta sulla destra vi sono delle rocce simili a denti aguzzi. Sbagliare e scontrarsi con questi affilati denti potrebbe significare ferirsi gravemente. È una eventualità per nulla remota, dal momento che la giusta traiettoria prevede di passare a destra.
Superate queste prime due difficoltà, bisogna ancora addentrarsi in un gigantesco buco, con una piccola “finestra” sulla destra che porta infine alla salvezza.
Ebbene percorriamo entrambi la 9, senza incidenti.
Ecco, la gioia provata in fondo è davvero difficile da condividere. La consapevolezza di aver fatto qualcosa di fuori dal comune. Una piccola impresa.
LE ALTRE RAPIDE
Dopo la 9 è inutile descrivere tutte le altre rapide una per una.
Si susseguono rapidone dai nomi altisonanti: “Gnashing jaws of death”, “Overland truck eater”, “Three sisters”, “The mother”, “The terminators”, “Oblivion”... ma l’emozione della 9 è difficilmente eguagliabile. Per quanto la 5 e anche “Oblivion”… diano i loro bei brividi!!!!
Ogni giorno passato sullo Zambesi riempie il cuore di gioia. Sarà la valanga d’acqua, il paesaggio magnifico, l’idea di affrontare qualcosa di grandioso, un fiume mitico. Quando si sbarca e ci si arrampica per il canyon in mezzo a una vegetazione tropicale, quando finalmente si arriva in cima e si beve una birra gelida ripensando alla giornata, si è felici. Sul bordo della strada (una pista nel fango rossissimo) si torna verso la guest house, stanchi, affamati, sudati e felici: si è certi di aver trascorso una giornata da leoni.
Chi va sullo Zambesi ne torna rapito. Saranno i tramonti e le albe, gli odori e i colori.
Sarà il mal d’Africa?
Cristiano Degiorgis
Pamina Vitta
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Le immagini sono (C) Carlo Peroni 2001
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