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Il sentiero
“del comico e dell’umorismo”
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“Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze d’un’alta saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l’umorismo”.
(Hermann Hesse, Il lupo della steppa)
“Un senso del comico abbastanza vivo da permetterci di vedere le nostre assurdità non meno che quelle degli altri può impedirci di commettere tutti i peccati, o quasi tutti [...]”.
(Samuel Butler, Taccuini)
“Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a se stessi) c’è il campo di concentramento”.
(Eugène Ionesco, Note e contronote)
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Comici spaventati
-Breve scambio di co(s)miche verità-
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ANTONELLO VANNI: Mi è capitato, in quanto specializzando e durante il corso “Materiali e modelli di trattazione didattica per l’insegnamento della lingua e della letteratura italiana” presso la Ssis dell’Università cattolica di Milano, di vedermi proposta la progettazione di un ipotetico percorso didattico avente come tema “Il comico”. In un primo momento mi sono sentito piuttosto imbarazzato: né durante gli studi liceali o universitari né sulla scorta delle letture a me più familiari mi era mai capitato di pensare a un simile approccio alla letteratura italiana. Figuriamoci poi l’idea di recarmi in una scuola e fare lezione su questo argomento! Con alcune colleghe tuttavia (ma senza crederci molto) abbiamo pensato al percorso “La beffa: uno sguardo bonario sull’umanità”: si trattava di una progettazione per il terzo anno di liceo scientifico che, considerando alcuni autori “maggiori” della nostra letteratura, metteva a fuoco il tema della beffa, un motivo spesso utilizzato come strumento per una rappresentazione bonaria, appassionata e incuriosita dell’umanità, accompagnata talvolta da un moderato giudizio morale. La progettazione del percorso ci risultò piuttosto soddisfacente e percorribile realmente laddove la si fosse inserita in una programmazione. Restava però vivo l’imbarazzo, quasi un rovello, un punto di domanda, di fronte ad un’attività di cui in realtà non mi era affatto chiara la necessità: che farmene del comico? Perché un insegnante dovrebbe perderci tempo in classe? La mia biblioteca personale è già abbastanza fornita di libri, saggi, ricerche… che rispondono a ben altre esigenze (la memoria, il contatto con l’Europa, il Dante di Ulisse e Ugolino, l’Adelchi… ). Tuttavia proprio l’altra sera in treno, in un saggio di Debenedetti sulla poesia di Noventa, ho improvvisamente capito l’importanza del comico nella letteratura (e soprattutto, di riflesso, nella relazione tra la letteratura e il mondo in cui viviamo). In questo saggio Debenedetti esamina alcune poesie di Noventa dimostrando come il Ca’ Zorzi, proprio una rappresentazione parodistica della realtà in cui viveva, mediante l’utilizzo del dialetto (che però per il poeta veneto era ben altro: una vera lingua, o meglio “un’antilingua” come si usa dire oggi), fosse riuscito a salvare se stesso, le parole nella loro originarietà, gli affetti e i valori più significativi, dalla tronfia retorica altisonante del fascismo. Insomma aveva trovato proprio nel contrario della solennità e della seriosità di una lingua ormai asservita, e riempita dall’ideologia, la via per lasciare semi di speranza e di ritrovamento della libertà, oltre che della dignità umana.
RENATA BALLERIO: Comici spaventati… compaiono nel titolo di un interessante romanzo di Benni… qui invece si deve parlare di insegnanti spaventati dal comico. Perché parlarne a scuola? Quasi una perdita di tempo, addirittura paura di rendere meno nobile l’approccio alla letteratura, alla storia della letteratura.
O forse il problema ha origini diverse, non soltanto scolastiche: il comico è considerato soltanto nella barzelletta trivialotta? Il comico è linguaggio comune, troppo comune? Il comico ci incatena alla materialità corporale e non ci innalza nei cieli sublimi? Si può ridere per una situazione concreta, quotidiana ma si può davvero ridere per un messaggio scritto, magari scritto da uno scrittore autentico?
Caro Antonello, sono contenta che tu abbia espresso le tue perplessità, le tue resistenze didattico-educative. Hic et nunc non avrei voluto parlare della scuola ma tu mi ricordi che inevitabilmente nelle aule si forma il gusto, si selezionano le letture, cioè si seleziona — a dire il vero — il modo di leggere la realtà. E quindi parliamo pure di come si insegna (o non si insegna) il comico a scuola. O se preferisci discutiamo e riflettiamo insieme su che cosa si potrebbe fare. Se permetti parto da una semiconfessione. Da studentessa (non farmi dire quanti anni fa) ero molto delusa di incontrare solo episodicamente argomenti o questioni o generi legati alla comicità: le beffe a Calandrino, La Mandragola di Machiavelli (e quando la lessi non mi divertii, ma provai rabbia per la stupidità umana), il teatro di Goldoni, la figura di don Abbondio (a dire il vero non mi spiegarono il giudizio di Pirandello su questo personaggio) ecc. Non capivo perché soltanto qua e là si poteva sorridere… Alla faccia (scusa il tono un po’ gergale) della storia! — mi dicevo.
E poi il Novecento: inquietudini angoscianti, dolore e morte, spaesamento, vertigini abissali… Chissà quanti studenti come me si sono interrogati sul senso della letteratura, sullo scarto tra la voglia di vivere con energia e il pessimismo cosmico… Eppure in ogni epoca — mi dicevo — gli uomini avranno non solo pianto ma anche riso! Quella domanda adolescenziale è stata un mio tarletto, anche quando la vita mi ha reso terribilmente melanconica e pessimista. Ed ecco altre domande: perché si parla di humour inglese e non vi è un corrispondente atteggiamento italiano? Perché l’umorismo ebraico ha una grande tradizione? E così via…
So che — a questo punto — mi dirai che l’umorismo non è il comico, che l’ironia non è la parodia.
Hai ragione, ma sai anche che educativamente e culturalmente è molto vitale conoscere attraverso un gioco di somiglianze, di differenze, di contrasti. Ed ecco una prima risposta: l’approccio al comico è necessario anche per una conoscenza che aiuti veramente ad esplorare a fondo, o se vuoi a 360 gradi, il mondo letterario. Per inciso ti ricordo quanto ha detto abbastanza di recente Giulio Ferroni in un’intervista: “Il comico è tante cose. Così come la letteratura… Ma che cos’è la letteratura, io non lo so… ”. E in quel “non lo so” non c’è rinuncia ma una potenzialità enorme.
Come vedi lentamente sto entrando in argomento. Ma avrei bisogno di condividere con te alcune letture per “duellare” meglio. Mi hai scritto che il saggio di Debenedetti su Noventa ti ha illuminato. Perché? Ti ha forse fatto riflettere su come il comico offra la possibilità di vitalizzare il linguaggio? E qui dovremmo cercare degli esempi... (a questo proposito ti consiglio le pagine che Eco1 dedica a Campanile). Oppure ti ha portato a considerazioni simili a quelle espresse da Moni Ovadia2: “L’umorismo ha come scopo di esiliare l’arroganza delle certezze, di introdurre una dimensione imprevista che stimoli a creare una nuova fonte di pensiero consapevole della propria precarietà… la sua ambizione è quella di smascherare la violenza del pregiudizio e di sculacciare la stupidità del mondo… ”? Potremmo anche commentare alcuni aforismi di Giuseppe Pontiggia il quale scrive: “I comici, i compagni di viaggio. Incarnano al posto nostro la sconfitta e insegnano come fronteggiarla”.
Soprattutto dovremmo scambiarci delle riflessioni (ma ti prego non solo didattiche) su un densissimo saggio di Walter Pedullà3, in cui si esamina il Novecento attraverso tre linee direttrici. Una di queste è l’analisi dei diversi gradi del comico, colto anche attraverso lo sperimentalismo delle neoavanguardie.
Satis est… direi, almeno per questa volta!
Renata Ballerio
Antonello Vanni
1 Umberto Eco,Tra menzogna e ironia, Bompiani, Milano, 1998.
2 Moni Ovadia, L’ebreo che ride, Einaudi, Torino, 1998.
3 Walter Pedullà, Quadrare il cerchio, Donzelli editore, Roma, 2005.
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