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Il sentiero
“dello sguardo al grande passato”
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““Così rivolgendo li occhi a dietro, e raccogliendo le ragioni prenotate, puotesi vedere questo pane […] Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce”.
(Dante, Convivio, Bur, Milano, 1993)
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Nel mezzo del cammin di nostra paternità
-Le lezioni “conviviali” di Dante educatore-
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Cari amici vi propongo oggi una riflessione, che sarà seguita dalla lettura e dal commento del famoso XXXIII canto dell’Inferno, a partire dalle parole di un cuore maschile che molto ha da insegnarci per diventare uomini migliori: quello di Dante. Può sembrare inusuale parlare di poesia in un incontro di uomini, ormai tradizionale e sempre diversamente ispirato, che quest’anno ha come tema “La ricerca di percorsi per il raggiungimento della matura identità maschile”; tuttavia una convinzione forte è quella secondo cui la letteratura può esserci, in questa ricerca, molto utile: essa affianca alla funzione conoscitiva anche quella orientativa e quella costitutiva: attraverso la grande letteratura possiamo afferrare aspetti importanti di noi e del mondo che ci sfuggono o ci sono sfuggiti, ma possiamo anche nutrire il nostro cuore di preziosi consigli su come orientare la nostra vita, e raccogliere indicazioni riguardanti un possibile mondo, migliore, da costruire, come uomini e padri. Letteratura e paternità sono dimensioni che hanno proceduto insieme, magari con intrecci nascosti, durante i secoli: da Omero nell’Iliade a Virgilio nell’Eneide o Plauto e Terenzio nelle loro commedie1 (per citare l’età classica), da Francesco d’Assisi2 e Dante nel Medioevo fino a Leon Battista Alberti nel Quattrocento3, e su nell’Ottocento fino a Leopardi4, Manzoni con il carme In morte di Carlo Imbonati o con le figure paterne dei Promessi sposi, Carducci5, e nel Novecento del romanzo e del racconto (Tozzi, Svevo6 e Pirandello7 tra gli altri, poi più avanti Beppe Fenoglio8) o della lirica (da Pascoli9 a Saba, Barile, Sbarbaro, Quasimodo, Caproni, Bassani, Erba, Giudici, Spaziani, Raboni, Mussapi, Moretti, Magrelli, De Angelis ed anche Sereni10… ). Le piste di ricerca al riguardo sono davvero numerose e tutte da esplorare, come vediamo.
Possiamo però dare una prima indicazione, riguardo a quanto la letteratura ci fornisce sul tema della figura paterna, motivo che poi ritroveremo nella lettura del canto dantesco in cui si narra la terribile vicenda del conte Ugolino e dei suoi figli: l’indicazione è che il padre può essere una maledizione o una benedizione nella vita dei figli. Ad esempio Agamennone, rappresentato mentre si copre con un velo, forse per non vedere l’effetto delle sue deliberazioni, nel momento in cui Ulisse e Diomede trascinano via a forza la figlia Ifigenia (così lo si coglie in una raffigurazione custodita nel museo di Napoli11), è una maledizione per la vita della figlia12, ma le parole del venerato Carlo Imbonati, che Manzoni immagina gli si presenti in una visione notturna, sono una positiva e benedicente iniziazione ad uno stile di vita (e di arte) che il giovane scrittore si prefiggerà poi di seguire: “Deh! Vogli La via segnarmi, onde toccar la cima Io possa, o far che, s’io cadrò su l’erta, Dicasi almen: su l’orma propria ei giace. Sentir, riprese, e meditar: di poco Esser contento: da la meta mai Non torcer gli occhi: conservar la mano Pura e la mente: de le umane cose Tanto sperimentar, quanto ti basti Per non curarle: non ti far mai servo: Non far tregua coi vili: il santo Vero Mai non tradir: né proferir mai verbo, Che plauda al vizio, o la virtù derida13. O maestro, o, gridai, scorta amorosa, Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio Non mi sia spento; a governar rimani Me, cui natura e gioventù fa cieco L’ingegno, e serva la ragion del core. Così parlava e lacrimava14… ” (dal carme In morte di Carlo Imbonati, 1805). E ancora: il padre tutto dedito, ed esclusivamente (tanto che l’attacco del romanzo è un’inquadratura sulle dita del padre che contano il denaro della giornata), a conservar la propria ricchezza è nel romanzo Con gli occhi chiusi del Tozzi (1919) una maledizione per il figlio Pietro, destinato a ingrossare le fila di quei personaggi del primo Novecento, inetti, incapaci di mordere la realtà, pieni di affezioni morali, senza nerbo e brancolanti nel buio, ad occhi chiusi appunto15, ma l’immagine del padre che si presenta a Vittorio Sereni (ne Il muro) è quella di una figura che offre come una benedizione, nel ricordo “lungo il muro dei morti”, ancora un possibile “tuffo di carità”, in un cuore ormai presago di un prossimo ghiaccio: “Me lo dice come in gloria/ rasserenandosi rasserenandomi/ mentre riapro gli occhi e lui si ritira ridendo16 […]”.
Maledizione o benedizione nella vita dei figli, dunque, può essere il padre. Ed è il padre che deve scegliere quale delle due vie percorrere. Nei precedenti incontri, presentandovi il mio libro Il padre e la vita nascente17, vi ho indicato che, come diceva Angelo Scola, la grandezza peculiare della paternità è il fatto di essere presenza determinante nell’origine, cammino e destino dei figli18. Vi ho già detto molto sull’origine, perciò oggi parleremo del padre come colui che è nel cammino e nel destino della vita dei figli. In che senso il padre può essere benedizione in questo cammino e destino? Affidandoci, ad esempio, alla rappresentazione che l’antropologia cristiana ci offre della paternità19 potremmo vedere che il padre è colui che benedice in diversi modi la vita del figlio20, innanzitutto attraverso la presenza nei momenti più importanti simbolicamente (la nascita, il battesimo, il matrimonio… ) o determinanti per la successiva introduzione del figlio nel mondo (la scuola, la scelta del lavoro… ). Figura che presiede, con la sua responsabilità e autorevolezza, alla custodia dei figli il padre benedice la loro vita fin dalla nascita: noto è il passo della Genesi (Gen 35,16-19) in cui Giacobbe e Rachele hanno un figlio, a seguito della promessa che Dio aveva fatto a Giacobbe (“Sii fecondo e […] re usciranno dai tuoi fianchi”). Giacobbe vede purtroppo la moglie morire durante il parto, e soffrire al punto di chiamare il bambino con il nome di “Ben-Oni” (“colui che ha portato il dolore”). Eppure, testimone della promessa divina, il padre decide di dare al bambino un nome diverso e benevolo: “Beniamino”, “il figlio della mia mano destra” (rappresentativa dell’autorità e del potere). Questo episodio ci dice che il padre è colui che può determinare con il suo nominare le realtà, con le sue scelte, con le sue parole e le sue azioni, il destino e il cammino dei figli nella vita: il padre è il garante per i figli del passaggio da una situazione di minorità (se non di inferiorità o svilimento come nel caso del nome impartito a Ben-Oni) a una condizione di possibile realizzazione e grandezza. Per fare questo innanzitutto il padre deve essere veramente nella vita dei figli, esserne profondamente coinvolto (e si deve anche permettere che lo sia), affinché la sua azione sia quella di mandare i figli nel mondo con favore, predisponendone i percorsi nell’incoraggiamento e nella fiducia, custodendone le strade, insegnando a guardarsi dai pericoli, fornendo istruzione e indicando utili direzioni21, stabilendo vere e proprie fondamenta per evitare che i figli crescano come una canna senz’acqua o come germogli senza terra. Questa è la benedizione che può aiutare i figli a vivere, a superare meglio le inevitabili difficoltà, a procedere in avanti come la freccia scagliata dall’arco, ad avere dignità e fiducia in se stessi22. Non è da poco poi osservare che il bene conseguito dai figli è ciò che rende grande, amato e onorato anche il padre, come uomo: per questo Scola ha sostenuto che in queste dimensioni stanno le peculiarità della paternità, e la sua grandezza.
Detto questo però avviciniamoci maggiormente al nostro tema: il messaggio di Dante ai padri del XXI secolo. Perché ascoltare Dante sul tema della paternità e perché proprio il canto di Ugolino? La prima osservazione è che la paternità, in Dante, è uno dei temi forti: sia per quanto riguarda la sua biografia che per quanto riguarda la sua poetica (nelle opere della maturità dal Convivio alle Epistole23). Per quanto riguarda la sua biografia24 segnaliamo alcuni aspetti degni di nota in relazione a questo tema: di tradizione paterna è l’asse della memoria storica dantesca (che poi costituirà gran parte del materiale delle sue opere) in quanto lo spirito di Dante fu tutto pieno di quella narrazione orale avvenuta per bocca dell’avo Bellincione Alighieri, nato sul finire del XII secolo, spettatore di tutta la storia fiorentina almeno fino al 1270 (ma pare che fosse ancora vivo nell’adolescenza del poeta); il padre di Dante invece, che gli garantì una buona istruzione, morì presto, intorno al 1282, tanto che il poeta si trovò, giovinetto, già con le responsabilità di un orfano divenuto improvvisamente capo (e quindi padre) di una famiglia non piccola, mentre si apriva a Firenze un inquieto scenario politico e culturale. Nel 1285 Dante, secondo quanto stabilito dai rispettivi genitori, si sposa con Gemma Donati da cui avrà almeno tre figli di cui due maschi e una femmina (si ritiene sia esistito anche un quarto figlio, Giovanni) e con i quali inizierà effettivamente la sua esperienza della paternità vissuta in prima persona. Da segnalare anche tra il 1275 e il 1286 il periodo che egli visse come discente presso Brunetto Latini, l’unico vero maestro, paterno osiamo dire, “in carne ed ossa” di Dante, determinante nella sua formazione intellettuale e nella sua preparazione tecnica di tipo retorico-grammaticale: non a caso nel canto XV dell’Inferno Brunetto chiama Dante per due volte “O figliuol”, preannunciandogli un destino di grande onore e altrettanta difficoltà (“[...] Se tu segui tua stella,/ non puoi fallire a glorioso porto […] Ma quello ingrato popolo maligno/ […] ti si farà, per tuo ben far, nimico [...]”), dopo essersi preoccupato per il suo smarrimento ed aver espresso dolore per non potergli essere più di conforto e guida spirituale nel mondo. Ma altrettanto importante è il fatto che Dante si rivolga a lui dicendogli “[...] e or m’accora,/ la cara e buona imagine paterna/ di voi quando nel mondo ad ora ad ora/ m’insegnavate come l’uom s’etterna [...]”, esplicitando così l’importanza che quel maestro, padre simbolico, ebbe per lui nella crescita culturale e spirituale. Tornando alla biografia, gli studiosi ritengono che Dante, dopo alcune esperienze militari sui campi di battaglia, cominciò ad interessarsi di politica a partire dai primi anni Novanta del Duecento, per poi gradualmente dedicarsi con maggiore assiduità all’impegno civico e morale in Firenze, mentre i figli crescevano e diventavano adolescenti, finché raggiunse la massima carica dello stato fiorentino diventando uno dei sei priori della città. Ciò che però più conta per noi è che a seguito dei noti rivolgimenti politici, il poeta venne condannato a morte in contumacia il 10 marzo 1302. Iniziò così la vita dell’esule, dapprima da solo secondo il Boccaccio, poi raggiunto dai figli (la moglie pare avesse dimora stabile a Lucca), consapevole del fatto che “le proprie scelte politiche e di conseguenza l’esilio, la vita errabonda di corte in corte, non fossero amarissime solo per sé, ma anche, e ancor più dolorosamente, per i propri figli25”. Non dimentichiamo poi che nel 1315, mentre Dante sperava, anche grazie alla diffusione delle sue opere, di essere riaccolto con onori e stima in patria, il vicario Ranieri di Zaccaria condannò al bando e all’esecuzione capitale Dante e i suoi figli, mentre i loro beni venivano definitivamente confiscati o distrutti.
Dunque: Dante, concretamente un uomo e un padre, esule con i figli tra grandi timori e grandi speranze, ma anche grandi messaggi e consigli da offrirci.
Per comprendere maggiormente quali siano questi messaggi e consigli di Dante rispetto alla paternità sarà ora opportuno esaminare brevemente come si muove questo tema nella sua poetica26. Un primo esame può essere quello delle occorrenze, nel Convivio e nella Commedia, delle parole “padre, padri, paterno, paterna… ” anche per valutare il peso effettivo di questo tema nell’opera del poeta. Per riferirci, come esempio, alla parola “padre”, essa compare ben sessantadue volte nella Commedia e quarantatre volte nel Convivio.
In questa sede esamineremo le occorrenze della parola “padre” nel Convivio27. Opera dottrinaria e filosofica (1304-1307 circa) caratterizzata da un concreto impegno morale e civile, ma interrotta al quarto trattato, essa aveva l’obiettivo di offrire un “banchetto” di sapienza (un convivio appunto) a tutti gli esseri umani, purché di spirito “gentile”, desiderosi di sollevare la loro esistenza verso dimensioni più elevate, diverse da quelle costituite dall’avidità e dalla corruzione imperversanti (una situazione simile a quella odierna dunque), al fine di ritrovare una convivenza umana rigenerata e più integra. Come detto, la parola “padre” compare nel Convivio quarantatre volte al fine di esplicitare significati, anche simbolici, che possono essere di nostro interesse oggi. Molto significative sono, come vedremo, le occorrenze presenti nel quarto trattato, quello in cui Dante affronta un problema morale di cui in quei tempi si discuteva: in cosa consiste la vera nobiltà? Secondo Dante la nobiltà non è solo un privilegio acquisito, di sangue, ma una conquista personale ottenuta attraverso l’esercizio della virtù. Questa riflessione, sulla nobiltà interiore, non può mancare a mio avviso in un percorso di ricerca e studio sulla paternità, tanto più perché, come vedremo, Dante costruisce alcune di queste riflessioni proprio sulla particolarità della relazione tra padre e figlio, come percorso esemplare di benedizione della vita umana generata da coltivare sulla via di tale nobiltà. L’esame delle occorrenze nel Convivio ci dice che Dante fa riferimento alla relazione tra padre e figlio come modello di prossimità e unità in cui la prossimità è seme generatore di amicizia e amore; come esempio di fiducia che il figlio nutre nel padre e che il padre corrisponde con il suo amore (il riferimento è alla figura di Gesù e del Padre); come esempio di intima relazione tra potenza, sapienza e carità (la Trinità); come esempio della natura umana che vive e continua a vivere passando di padre in figlio nonostante la corruzione dell’esistenza; quale esempio di una relazione in cui l’ammonimento e la correzione sono necessarie laddove si riconoscano errori e vizi (anche nel padre); come esempio della “parola paterna” che chiama le realtà non solo col loro nome ma anche con il nome dell’atto o della passione che le ha generate (tanto è vero che il padre chiama il figlio «amor mio»); come esempio di una relazione in cui viltà o nobiltà possono trasmettersi in modi diversi di padre in figlio; come esempio di una relazione da cui poi può derivare, nell’esempio dei padri, una discendenza operosa e nobile (da Iesse a David a Enea all’impero romano e alla santa chiesa); come relazione, tra padre e figlio, che non si consuma in un solo atto ma può diventare un lungo processo storico positivo o negativo nei secoli; come esempio di un processo storico in cui i padri con le loro tradizioni e leggi stabiliscono dei limiti da non superare affinché non si cada nella viltà e nell’errore; come processo storico non dato una volta per tutte ma in cui, a seconda delle scelte e delle azioni, è possibile produrre cambiamenti che conducano ad una maggiore nobiltà degli animi; come esempio negativo di una relazione che può venire tradita per fini meschini: ad esempio un figlio può uccidere il padre, tradendo la dovuta pietas per brama di ricchezze. Come ho già indicato, di particolare utilità anche pratica sono per noi alcune occorrenze nel quarto trattato, di cui vorrei dare maggiore indicazione: secondo Dante (cap. XXIV) l’adolescente per entrare “ne la cittade del bene vivere” deve ricevere quattro insegnamenti: ubbidienza, soavitade (cioè la grazia e non la volgarità), pudicizia, adornezza corporale (cioè la cura del proprio corpo); senza questi insegnamenti l’adolescente non saprebbe tenere un buon cammino “ne la selva erronea di questa vita”. Riguardo all’insegnamento dell’ubbidienza ad esempio il poeta fa riferimento alla figura di Salomone che corregge il figlio («Audi, figlio mio, l’ammaestramento di tuo padre»), insegnamento che non vuole solo prevenire l’errore ma è finalizzato anche al fatto che il figlio impari a non cadere in richiami pericolosi o insegnamenti di altri che possano nuocere alla sua vita. A questo punto Dante insiste però su un elemento determinante: si badi, dice, che è essenziale che il padre stesso sia di vero esempio nel suo modo di comportarsi, in prima persona, perché il figlio osserva innanzitutto il padre: “E guardasi che non li dea di sé essemplo, ne l’opera, che sia contrario a le parole de la correzione: ché naturalmente vedemo ciascuno figlio più mirare a le vestigie de li paterni piedi che a l’altre. E però dice e comanda la Legge, che a ciò provede, che la persona del padre sempre santa e onesta dee apparire a li suoi figli. […] ‘Ciò ch’è detto è pur del padre e non d’altri’, dico che al padre si dee riducere ogni altra obbedienza”.
Anche l’insegnamento del pudore (o della pudicizia) viene spiegato facendo riferimento alla figura paterna: narrando (cap. XXV) l’episodio delle vergini figlie d’Adrasto (dalla Tebaide di Stazio) che arrossite per la presenza di due estranei trovarono conforto e sicurezza riponendo il loro sguardo nel volto paterno; e ancora la verecondia è presentata facendo riferimento al mito di Edipo (il cui nome paterno non venne volutamente nominato dal figlio).
Di seguito il poeta propone un insegnamento sulle virtù relative alle altre fasi della vita: nella giovinezza e verso la maturità le virtù da coltivare sono la temperanza (cioè la capacità di moderare le eccessive passioni), la fortezza, l’amore verso i cari, la cortesia, la lealtà; nella anzianità, la prudenza, la giustizia, la generosità, la capacità di dir bene degli altri a loro vantaggio, la capacità di ascoltare (o non ascoltare, scegliendo) e quella di consigliare grazie all’esperienza. Interessante il fatto che qui Dante non parli più del padre in modo stretto come aveva fatto per gli adolescenti: come dire, forse, che queste virtù sono anche un nostro compito, sono ciò che noi dobbiamo coltivare per la nostra vita e per il bene altrui. Sono forse ciò che il nostro cuore maschile deve insegnare al cuore dell’uomo che ci sta accanto: nei più giovani di noi temperanza, fortezza, l’amore verso i cari, la cortesia, la lealtà; per i più anziani di noi, la prudenza, la giustizia, la generosità, la capacità di dir bene degli altri a loro vantaggio, la capacità di ascoltare e consigliare grazie all’esperienza.
Torniamo ancora una volta alla domanda iniziale: il messaggio di Dante ai padri del XXI secolo. Perché ascoltare Dante sul tema della paternità e perché proprio il canto di Ugolino? E ancora: perché ascoltare proprio Dante? Perché Dante voleva che la sua opera aiutasse gli uomini a correggere i loro errori (“A noi, invece, ai quali è dato conoscere la parte sublime che c’è in noi [negli esseri umani], non si addice seguire le orme delle greggi; siamo tenuti, piuttosto, ad ovviare ai loro errori”); e soprattutto perché il poeta voleva che gli uomini fossero felici, che noi si possa essere felici, capaci di rendere felici noi stessi e gli altri, ora, in questo mondo. Diceva infatti nella lettera a Cangrande: “Il fine di tutta quanta l’opera […] è quello di allontanare coloro che vivono in questa vita dallo stato di miseria e di condurli allo stato di felicità28”.
Essere felici, rendere felici chi ci circonda, anche come uomini e padri.
Antonello Vanni
1 Cfr. D. Leali (a cura di), Generazioni a confronto. Padri e figli in Plauto e Terenzio, Carlo Signorelli Editore, Milano, 2000; Ezio Pellizer e Nevio Zorzetti (a cura di), La paura dei padri nella società antica e medievale, Editori Laterza, Bari, 1983.
2 Figura sulla quale Dante stesso non esita a imprimere l’immagine paterna dicendo: “Indi sen va quel padre e quel maestro/ con la sua donna e con quella famiglia/ che già legava l’umile capestro” (Paradiso XI, 85-87).
3 Con i Dialoghi “della famiglia”, in cui il famoso pittore e architetto genovese indicava i doveri del padre come marito e capo di famiglia secondo le usanze del tempo.
4 Leopardi presenta aspetti della relazione con suo padre in alcune lettere, ora contenute in Giacomo Leopardi, Epistolario, a sua volta reperibile in Walter Binni (a cura di), Tutte le opere, Sansoni, Firenze, 1969.
5 In Funere mersit acerbo e in Pianto antico. Queste liriche (soprattutto la prima) sono di particolare importanza perché attingono ampiamente ai testi classici e in particolare allo stile delle epigrafi latine (raccolte nel Corpus Inscriptionum Latinarum attualmente disponibile in Lidia Storoni Mazzolani, Iscrizioni funerarie romane, Rizzoli, Milano, 1994). Vi è cioè un tema specifico della paternità che trapassa i secoli: quello del dolore e del lutto per la morte dei propri figli. Tema presente anche nell’epoca classica: si pensi al pianto di Priamo di fronte ad Achille, per ottenere la restituzione del corpo del figlio Ettore nel XXIV libro dell’Iliade. Ricordiamo anche, come esempio di profonda amicizia maschile, la lettera che Sulpicio Rufo scrisse a Cicerone per consolarlo della morte della figliola Tullia (cfr. Cicerone, Ad Familiares, IV, 5, 1-6). Di una certa importanza è qui il richiamo alle epigrafi come fonti da non trascurare, sul tema della paternità nell’epoca romana, in quanto, come ha osservato lo studioso di antropologia storica Dieter Lenzen, nella nostra epoca uno dei pregiudizi che spingono a svalutare la figura paterna (o che vengono addotti per svalutarla) è proprio il richiamo all’immagine dello strapotere patriarcale del pater familias romano, desunta utilizzando, dal punto di vista della metodologia di ricerca, esclusivamente i testi della consuetudine giuridica. Per stimolare a rivedere questo pregiudizio Lenzen propone la possibilità di ricostruire un’altra immagine del padre (almeno parallela e compensante) partendo dai testi letterari latini come fonte (cfr. Il mito del patriarcato, in Dieter Lenzen, Alla ricerca del padre. Dal patriarcato agli alimenti, Editori Laterza, Bari, 1994, pp. 109-128). A questi vogliamo aggiungere come ulteriore pista di ricerca le epigrafi in quanto, anche nell’ambito della stessa storiografia, queste fonti, in passato definite ausiliarie, stanno raggiungendo ormai il valore dell’autonomia scientifica, anche per via della ricchezza dei ritrovamenti, sempre crescente, e che nei soli ultimi cento anni si è almeno triplicata (come ha indicato Alfredo Valvo, ordinario di storia romana presso l’Università cattolica di Milano, in Alfredo Valvo, Questioni di metodo e nodi fondamentali della storia greca e romana, a sua volta in Aa. Vv., La Storia nella scuola, Marietti 1820, Genova-Milano, 2002, pp. 17-52).
6 Nel capitolo La morte di mio padre in La coscienza di Zeno. Ricordiamo però che la figura paterna è in genere presente, come modello mancato, anche negli altri romanzi di Svevo: Una vita e Senilità.
7 In Uno, nessuno e centomila.
8 In Fenoglio vediamo la paternità almeno in due modi diversi: come relazione negativa caratterizzata da eccessiva violenza e abuso di autorità ne La malora (1954), ma anche come relazione positiva, di incoraggiamento alla maturità e all’accoglimento responsabile della vita generata e dell’amore, nel racconto Nove lune contenuto nella raccolta I ventitré giorni della città di Alba (1952). Queste opere sono ora raccolte in Beppe Fenoglio, Romanzi e racconti, Einaudi, Torino, 2001.
9 In X agosto in cui il tema è il dolore per la morte del padre (ucciso da sconosciuti), paragonato ad una rondine che tornava al nido per accudire i suoi piccoli.
10 Cfr. l’antologia A mio padre… Le più belle poesie dei poeti italiani, a cura di Luciano Luisi, Newton Compton Editori, Roma, 1996.
11 La rappresentazione in oggetto è la copia di un dipinto del pittore greco Timante. Il dipinto, per la sua drammaticità, venne ricordato nelle opere di molti scrittori latini quali Cicerone, Plinio, Valerio Massimo.
12 La paternità nel mito, negli archetipi dell’inconscio, e in alcune sue rappresentazioni letterarie, è oggetto del bel libro di Paolo Ferliga, Il segno del padre. Nel destino dei figli e della comunità, Moretti&Vitali, Bergamo, 2005.
13 E cfr. le parole tra Virgilio e Dante in Purgatorio IV, 36-50: “«Maestro mio», diss’io, «che via faremo?»./ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia:/ pur su al monte dietro a me acquista,/ fin che n’appaia alcuna scorta saggia»./ Lo sommo er’alto che vincea la vista,/ e la costa superba, più assai/ che da mezzo quadrante a centro lista./ Io era lasso, quando cominciai:/ «O dolce padre, volgiti e rimira/ com’io rimango sol, se non ristai»./ «Figliuol mio» disse «infin quivi ti tira»,/ additandomi un balzo poco in sue/ che da quel lato il poggio tutto gira./ Sì mi spronaron le parole sue,/ ch’io mi sforzai carpando appresso lui [...]”. E ancora in Purgatorio V tra Virgilio e Dante: “«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»/ disse il maestro, «che l’andare allenti?/ Che ti fa ciò che quivi si pispiglia?/ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:/ sta come torre ferma che non crolla/ già mai la cima per soffiar de’ venti:/ ché sempre l’uomo in cui pensier rampolla/ sovra pensier, da sé dilunga il segno,/ perché la foga l’un de l’altro insolla»./ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?”.
14 E Ugolino in Dante: “parlare e lagrimar vedrai inseme” (Inferno XXXIII).
15 Cfr. Con gli occhi chiusi, in Giacomo Debenedetti, Il personaggio uomo. L’uomo di fronte alle forme del destino nei grandi romanzi del Novecento, Garzanti, Milano, 1998, pp. 81-101.
16 La poesia Il muro è contenuta nella raccolta Gli strumenti umani ora in Vittorio Sereni, Poesie, Mondadori, Milano, 1995.
17 Cfr. Antonello Vanni, Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia, Francesco Nastro Editore, Luino, 2004.
18 Cfr. Angelo Scola, Paternità-Maternità e mistero del Padre, in Angelo Scola, Il mistero nuziale. Matrimonio-famiglia, Mursia, Milano, 2000; Angelo Scola, Uomo-donna. Il “caso serio” dell’amore, Marietti 1820, Genova-Milano, 2002.
19 Mette conto proprio in questa sede di segnalare il prezioso contributo di Inos Biffi, “Il Padre mio e Padre vostro”. Lo stupore e la gioia della vita filiale, Jaca Book, Milano, 2001, in cui l’eminente studioso dedica appassionate pagine ai grandi significati della paternità: il dono, la liberazione, l’amore e la fiducia, l’alleanza e la sapienza, la predilezione, l’identità, la provvidenza, il perdono, la misericordia, lo sguardo del padre. Inos Biffi è inoltre conoscitore autorevole di Dante (cui ha dedicato La poesia e la grazia nella Commedia di Dante, Jaca Book, Milano, 1999), della cultura medievale (Al cuore della cultura medievale, Jaca Book, Milano, 2006) e anche, fatto che può interessare in questo incontro presso il monastero dei Servi di Maria, dello spirito e del messaggio (trattati fra l’altro in La disciplina e l’amore. Un profilo spirituale di San Colombano, Jaca Book, Milano, 2002) che hanno caratterizzato la proposta di grandi figure del monachesimo.
20 Cfr. Randy Brown, Blessing of a father, Creation House, Lake Mary, 2006.
21 Cfr. ad esempio Lucio Casto, La direzione spirituale come paternità, Effatà, Torino, 2003.
22 Cfr. anche Claudio Risé, Il mestiere di padre, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo, 2004.
23 Anche nelle Epistole è presente il tema della paternità: ad esempio nella I, nella II, nella III (con il bel riferimento a Seneca), nella XIII. Cfr. Epistole in Dante Alighieri, Le opere latine, Salerno Editrice, Roma, 2005, pp. 555-735.
24 Ci rifacciamo in particolare alle classiche biografie: da Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Editori Laterza, Bari, 1990 a Giorgio Padoan, Introduzione a Dante, Sansoni, Firenze, 1975.
25 Cfr. Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Editori Laterza, Bari, 1990, p. 145.
26 Ricordiamo che diversi studiosi se ne sono già occupati. Tra gli altri segnaliamo Maria Soresina, peraltro autrice del particolare saggio di critica dantesca Le segrete cose. Dante tra induismo ed eresie medievali, Moretti&Vitali, Bergamo, 2002. L’autrice infatti ha tenuto nell’ottobre del 2005 presso la Libreria Ecumenica di Milano l’incontro “Di padre in figlio, ovvero la paternità e la colpa”, per l’Associazione “Cultura&Libertà”, che promuove attività culturali per detenuti ed ex detenuti.
27 Cfr. Dante Alighieri, Convivio, Bur, Milano, 1993.
28 Entrambe le citazioni provengono dall’epistola di Dante a Cangrande della Scala (epistola XIII) contenuta, con testo latino integrale e traduzione a fronte, in Dante Alighieri, Le opere latine, Salerno Editrice, Roma, 2005.
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