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Il sentiero
“degli autori nuovi ed emergenti”
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In questa sottosezione della rubrica “Il Novecento e oltre”, si parlerà (pubblicandone direttamente le opere, oppure attraverso una serie di interviste, recensioni o monografie) di coloro che si stanno ultimamente imponendo sia alla critica sia al pubblico e che, dunque, son decisi a rivendicare per sé un poco di luce autentica, per non doversi riscaldare in eterno ad un sole misconosciuto.
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Una recensione
a cura di Pietro Pancamo
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Michelangelo Cammarata, I germogli di Ground Zero, Francesco Federico Editore, Palermo, 2003
Integrato nel circuito quotidiano di gesti a catena e impegnato a interagire coi banali minuti di giorni scontati — abili e ossessivi nel proporre con ritmo ostinato sequenze identiche di parole attività e situazioni — l’uomo non è più in grado di scorgere i semplici miracoli che potrebbero allietare il colore plumbeo della noia programmata (neanche improvvisa o inaspettata; macché, prevista: dunque noia due volte!) e vive gli unici singulti d’energia, solo quando costretto ad affrontare quei malesseri, che ogni tanto indugiano ad avvilire il cuore.
Ecco, in sintesi, la consistenza esatta della nostra condizione, poco invidiabile.
Ma per fortuna, emergono qui e là alcuni autori, o meglio poeti, capaci di scorgere nuovi significati e stimoli nella realtà possessiva, che opprime le nostre azioni. Ad esempio Michelangelo Cammarata, nato a Gela nel ’41 e giunto ormai al suo quarto volume di versi, sa vedere per noi — nella raccolta I germogli di Ground Zero, pubblicata dalla Federico Editore di Palermo — l’indomita bellezza del pensiero, il quale si rivela in sostanza una sorta di autotelepatia, che il poeta in questione sfrutta per comunicare con se stesso, con l’anima. Intanto, nell’intimo séparé della propria scatola cranica, costruisce a mente (meditando con la voce endovena del cervello) sentimenti e sorrisi in codice. Però — come Umberto Saba consigliava un tempo, mormorando: “Guardo e ascolto […] in questo è tutta/ la mia forza […]” — la scintilla fondante di ciascuna intuizione, di ciascun verso, è pur sempre la retina.
E così Cammarata — imitando peraltro le “scelte matrimoniali” di qualsiasi artista o poeta, effettivo e autentico — va sposo ai propri occhi, conducendoli (in viaggio di nozze) a fissare con pupilla attenta — e sguardo vero — i lati comprimari, i dettagli minimi del giorno, delle ore. Dettagli, e inezie marginali, che poi (in componimenti quali Natale, Linosa, Stromboli, Farfalla, Fuochi d’artificio, Valzer viennese) si trasformano — perché osservati con affetto incantato, quasi fossero gli elementi di un’esistenza piccola, subnucleare — in fiabe viventi di profumi e tinte, in sogni leggeri e corti, prontamente aerei e costanti nell’elevare immagini, parole e sussulti alla speranza, sull’onda di una forza amabile, di una dolce eleganza conquistata con gli anni, e proveniente dalla serenità della saggezza.
È doveroso comunque sottolineare che Cammarata — già lodato dalla critica nel ’69, per una silloge concitata e polemica, “capillarmente” apprezzata all’epoca da Giorgio Bàrberi Squarotti — non è certo persona dal sorriso automatico e superficiale. Prova ne sia il suo stile, impeccabile e sincero nel compito di dar corpo non solo alla quiete riflessiva della maturità, ma anche alla ricchezza e densità della commozione che, insonne di vita, rifugge dal creare carmi di sole (o generosi di splendore e consolazione), per manifestarsi ed esprimersi, invece, come un fluente armonico del dolore, nelle pause, nei ritmi e nelle frasi afosamente cupe del brano intitolato Scirocco: “È il fiato del deserto che oggi squassa/ gli oleandri schiumosi/ e precipita sontuoso/ dalle palme secolari/ in un graffiante vortice di sabbia./ Camminiamo squarciando la calura/ in un crescendo di ali liquefatte/ che ci piovono addosso,/ di grevi nostalgie in cui anneghiamo”.
A ogni modo, che sia luce di riscatto — dopo la tragedia mondiale di New York (vedi la lirica 11 settembre) — o penombra di malinconia, irradiata dalla memoria, quella che Cammarata vuole trasmettere ne I germogli di Ground Zero, i testi continuano a susseguirsi — nel corso del libro — invariabilmente concisi e brevi. A dimostrazione di come l’autore abbia evidentemente compreso che la poesia stampata deve occupare un cantuccio e basta, affinché il resto della pagina sia libero per gli appunti del lettore. Per le sue sensazioni, per i suoi commenti, per i suoi pareri: per la sua vita.
Pietro Pancamo
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