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Ricoprirò il tuo volto con un lenzuolo bianco ad indicare che niente è passato sotto di me, sparirai a poco a poco in ricordi sempre più sbiaditi sino ad annullarti completamente agli occhi dei tuoi nipoti e dei nipoti dei tuoi nipoti che non ti hanno nemmeno mai visto, e a poco a poco non sarai mai esistito, mucchietto di polvere che mi infastidisce gli occhi dopo un colpo di vento. E cercherò di ricordare con una memoria sempre più lontana le emozioni che mi davi quando mi appartenevi, per poi scomparire come tutti, come tutto e io che non sapevo più dove dovevo andare per ristabilirmi e capire che ero nata destinata solamente a morire e quel che è più grave a scomparire, dimenticata, annullata, mischiata a tutte le sostanze minerali che compongono il mondo, rame, mercurio, zinco e oro, nulla più, nulla di meno.
Non c’è più neanche il sesso nel gioco della mia fantasia, forse cerco solo pesci tranquilli il dolore nel ventre: c’è timore, c’è tumore... forse non c’è niente, ma io penso di sapere tutto finché non mi capita, so che sono un duro finché non mi succede, e allora non so più chi sono, pensavo anche di conoscere Dio e invece me la faccio sotto sangue misto indiano calpestato da ebrei ebbri, bevono alla mia tavola e io li sconvolgo, sono il mago degli appigli delle parole, ma i fatti mi ributtano nel burrone, io non lo dico a nessuno e continuo a essere un duro, la cartapesta che mi avvolge sembra roccia, dentro sono un fuscello e sbatto in tutti gli angoli, non vale più la pena vincere ai tuoi occhi e soccombere dentro me, cerco qualcos’altro e mi apro a te.
... e se poi non c’è niente il buco coperto si vuota di nuovo e sparisce nel nulla l’intonaco cade, le ossa appaiono e polvere divento, pulviscolo nel naso di un uomo qualunque che mi respira che sarà respirato dai miei nipoti, che finiranno sotto le impronte di un daino nel bosco, i trattati internazionali mi sono serviti per un portapulviscolo di legno pregiato e per un chiudi-portapulviscolo di marmo zincato, lasciare gli istinti ad agire liberamente è l’unica cosa da fare, costruire mille nidi di rondine e inumidirli con la saliva che mi diverte leccare, studiare ciò che mi piace veramente assimilare, anche se non mi permette di guadagnare per un chiudi-portapulviscolo di marmo zincato originale, l’istinto dello scrivere libera lo stagno del mio cervello dal fango paludoso, lascia libere di sguazzare le mie oche cerebrali, mi suggeriscono di sbattere le ali e di volare verso quello che voglio fare...
Ero stanca. Kind of love, sister, caduti a novembre dentro a fossi umidi che non facevano più uscire il sole ma soltanto umidità dappertutto, le ginocchia non mi si muovevano più e facevo perfino fatica a mangiare la maionese dal barattolo con le dita, forse era vuoto… and justice for all.
Neanche un caffè posso bere imprigionato dentro al mio molo, senza un posto dove andare perché ho finito i soldi. Ho freddo e voglio un caffè caldo, bollente, che mi svegli, mi carichi e mi faccia passare il mal di testa, il sole e un posto dove camminare tra la gente.
Mi hanno pitturato con i colori dell’odio, non lo sapevo che l’odio avrebbe assunto quei colori, me lo dissero dopo e mi rassegnai ad andarmene in giro come Ciprì e Maresco, triste e brutto come il loro film in bianco e nero, disperato ma mai rassegnato e sempre alla ricerca di quei colori che avrebbero sporcato il mio buio di macchie colorate divertite e strane. Sembrava brutta anche Riccione in quel fine settimana di novembre, dove i viali erano opachi perché le persone si rifiutavano di immaginarli vivi e liberi, e cercavano soltanto il sole d’agosto vivendo in balia delle stagioni e non riuscendo nemmeno a costruire la propria ombra sopra a dei marciapiedi che le sfuggivano irrimediabilmente attratti dal nulla eterno di una bellissima serata fredda e piovosa di novembre a cui io avevo l’arduo compito di ridare la vita.
Per forza che il sonno prendeva il sopravvento non restava altro da fare, dormire, dormire, dormire, nulla più in un insieme di cose eternamente uguali e ripetute all’infinito per mostrarle poi a nessuno perché non erano né arte, né parte, ma solamente gioco di squadra che non avrebbe portato a nessuna vittoria e nessun vincitore, non c’erano armi o forse ce n’erano anche troppe, ma tutti uguali eravamo anche quando tentavamo di combattere e uccidere non avevamo più fantasia.
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Aristea Canini, trentadue anni, è una giornalista professionista laureata in scienze politiche. Scrive per diversi quotidiani ed è redattrice di «Araberara» (il quindicinale più venduto delle valli bergamasche); tiene inoltre una rubrica sulla rivista dell’Inter.
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Le immagini sono (C) Carlo Peroni 2001
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