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Totentanz
Vi vedo uomini morti,
nella follia e nella disperazione
della vostra fine eterna,
senza confini, immutabile.
Siete cento, mille, infiniti
come il passato dei secoli,
come il futuro dei millenni.
Le vostre celle marmoree
son fredde per il vostro respiro
implacabilmente represso.
La pazzia vi ha colti
nell’espressione del volto tumefatto:
ed uscite silenziosi dalle bare,
nella fredda notte d’inverno.
L’un l’altro vi specchiate,
vi appigliate con le ossa sonanti,
increduli bevete il freddo
che vi circonda, leggete
il vostro nome sulla tomba bianca,
ed in coro esclamate: «Siamo morti!
Siamo morti per sempre!».
Ed improvvisate correndo
una danza macabra,
la danza del destino umano,
l’orribile danza
che conclude le gesta terrene.
Quelli che esitano ancora,
vengon chiamati e sollevano
il pesante coperchio della loro bara:
«Danziamo! Danziamo la danza finale!».
Un’insormontabile muraglia vi separa
dalla vita passeggera dei vostri fratelli.
Anch’essi presto danzeranno con voi.
La fanciulla, esile e bruna,
ancora con le fattezze viventi,
con il suo piccolo corpo ancora caldo,
fa centro all’orribile cerchio osseo.
Ora le voci hanno tutte un’eco
profonda ed uguale: «Danziamo».
L’esile fanciulla porge
i suoi lunghi capelli bruni
alle labbra disfatte dei freddi compagni.
«Baciatemi, prima che m’increspi,
prima che il mio calore si freddi eternamente.
Baciate le mie labbra ancora rosse di sangue vivo.
Carezzate l’ultimo calore del mio corpo.
Danziamo al fine».
E tutti corrono e danzano
con la musica delle ossa.
Fanno cerchio alla bruna fanciulla,
il cui profumo la morte ancor non reprime
ma rende più intenso
come estremo dono.
All’alba quel profumo sarà distrutto,
ma la danza continuerà
più folta, più folle, più dannata.
Scherzo n. 14
Quando un’ombra vedrai danzare sulla luna
quando i sepolcri tremeranno
quando il gelo avvolgerà questo pianeta antico
quando s’infuocherà il cielo
quando vedrai danzare gli animali più feroci
quando sangue pioverà dal cielo
quando gli uomini saranno tutti morti
allora tu potrai gridare,
allora io potrò vederti, toccarti, baciarti.
Non importa se ora la tua tomba
è sporca è abbandonata è profanata,
non importa, quel giorno verrà.
Senti?
Proserpina è frustata da Plutone,
ma non grida, non piange:
è lei che invoca quella frusta, quelle pene.
Vedi?
Troia è in fiamme
per colpa di una donna sola.
Vedi, vedi ora.
La Germania sta per conquistare
tutto questo miserabile pianeta.
Ma guarda! La Germania è in catene.
Ed ora non guardare, non guardare più,
chiudi gli occhi e dormi:
quel giorno non è lontano.
Ora dormi. Dormi.
Lettera ambigua n. 13
Io con te fuggirei
ma non saprei dove andare.
Vedi: è già sera
e la Notte avanza furtiva
come un animale strisciante
come una serpe variopinta.
È come dire che
nulla ha più il vecchio significato.
Ma non è questo
che può contare adesso.
Siamo dove finisce ogni cosa
e nulla può incominciare.
Il tuo viso va marmorizzandosi mostruosamente:
fra breve non potrai più muoverti.
Solo nei tuoi occhi
s’attarda un ultimo soffio di vita
ma anch’essi si velano rapidamente
mentre sembrano fare un’ultima domanda:
«Perché?».
Sei una statua ormai
e nessuna vita palpita più nel tuo corpo.
Com’è stata breve la tua stagione.
Potessi almeno piangere.
I tuoi capelli neri
le tue labbra vermiglie
i tuoi occhi celesti
tutto si perde nel vortice del Tempo.
Ma la mia mano
si paralizza scricchiolando
nel tentativo senza speranza
di annotare la tua metamorfosi.
Forse
niente è più bello
di questo rincasare nel nulla eterno.
Lettera mistica
La tua morte
ha riportato ordine nell’universo
ma si tratta certamente
di un ordine fittizio
di un’apparenza ingannevole e necessaria.
Avviene così col colera
quand’è bene per tutti sapere
che la situazione è sotto controllo
mentre un organo-stampa dei vibrioni
potrebbe smentire a otto colonne.
Ma l’ordine è necessario
perché la pazzia collettiva
è molto peggiore di quella individuale
anche se questa è più creativa.
Ma tu
morta per sempre
vivi tuttavia
e alimenti la mia follia
chiedendo un monumento
al nostro amore immaginario
mentre s’apre una voragine
sui resti della tua immagine.
Ora è la fine eterna
di uno tra gl’infiniti amori,
e mi sembra d’ascoltarti
mentre racconti piangendo
la storia di questo pianeta
vecchio pirata dello spazio
dove la stessa tragedia
si recita più volte
sotto nomi diversi.
Ora è la fine,
ma è molto simile all’inizio:
mi sento mistico
e cerco di far convergere nel mio
il dolore universale.
Di te ricorderò
solo il sorriso.
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Germano Mandrillo, nato a Taranto il 6 luglio 1949, si è laureato in lingue con una tesi sulla struttura emozionale de Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe.
Insegna inglese e si occupa di docimologia e ingegneria didattica.
Ha fondato e diretto il mensile multilingue «London Bridge».
Tra le sillogi recenti, lo Zibaldino, piccola opera in prosa e poesia, concepita come regalo di compleanno al grande recanatese Giacomo Leopardi e la Ramlyrika (random-access memory+lirica=poesia della memoria ad accesso casuale), raccolta appositamente ideata affinché — si augura l’autore nella premessa — “s’incontrino gli ignoti del lettore e dello scrittore e diventino noti almeno tra loro”.
Tra i riconoscimenti ottenuti, si distinguono certamente il Premio “Giuseppe Tirinnanzi” di Legnano (Milano) e il Premio “Poesie sulle piastrelle” di Vado Ligure (Savona).
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