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Una recensione
a cura di Pietro Pancamo
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Eccoci dinanzi ad una silloge di liriche in cui l’arguzia d’un cuore, in costante all’erta, è brava a percepire nella vita quotidiana il meccanismo davvero continuo (per non dire ostinatamente insondabile) sull’onda del quale delusione e speranza in genere si fondono assieme — l’una nell’altra — per sovrapporsi e sfociare in un serrato, indissolubile coacervo: sì, proprio quello congestionato e convulso che, denominato malinconia, costituisce innegabilmente l’energia instabile del giorno e la corrente che ci spinge o rallenta — a seconda delle ore — spesso consumandosi in fretta, per assumere funesta le sembianze psichiche del tedio. Ritratte puntualmente (in versi come “àngolo omòlogo, mio nòdo in gòla [...]”) dal gioco ripetuto di allitterazioni e accenti, che non smette mai di esaltare l’emblematica “o”, carattere tondo, accerchiante e ad anello che — con la sua forma di piccola orbita planetaria in perpetua rotazione su se stessa o, magari, di cappio scorsoio, pronto a stringersi inestricabilmente — sa imitare alla perfezione il moto o meglio l’assedio, sia avvolgente che soffocante, dell’uggia. Ma se quest’ultima, con il suo peso opprimente e morboso, si risolve forse — per un individuo normale dall’anima limitata — in rovina o baratro, in sconfitta o resa, per l’afflato spirituale e intuitivo di un artista si tramuta invece nella “chiave di volta”, nella scoperta decisiva in grado di far chiarezza sull’essenza prima del creato. È così che a Monia Gaita la noia, quasi fosse uscita da un film di Michelangelo Antonioni (senza ovviamente dimenticare di portarsi appresso, per intero, la propria carica investigativa e disvelante), spiega come ogni cosa al mondo sia nata di soprassalto dalla morte e come soltanto l’amore per la poesia — spalleggiatrice e testimone (complice oculare, dunque?) di tutte le redenzioni — possa ricondurre dal vuoto all’azione, dal nulla pneumatico ad un’esistenza piena. Un’esistenza “atlàntica di luce [...]” in cui “nessun rizòma [...] sarà vietato” e che, ad esempio nel componimento Dal bòzzolo del càos, si rispecchia nello stile immaginifico di un’autrice sorprendente e innovativa, già forte di cinque libri colmi d’un grande talento e che a breve, con un’instancabile attività divulgativa al servizio dell’editore Guida, comincerà a diffondere i valori della poesia nelle contrade irpine, rinvigorendo le alte tradizioni culturali d’una regione come la Campania.
Pietro Pancamo
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Le immagini sono (C) Carlo Peroni 2001
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